Varese, 8 settembre 2017 - Il martirio di Lidia Macchi. Nella gelida aula bunker del tribunale di Varese, scorrono sullo schermo le immagini del corpo esanime della studentessa trucidata con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987, il dettaglio delle ferite, gli abiti intrisi di sangue, il viso di Lidia. Mamma Paola, fortissima, è seduta accanto all’avvocato Daniele Pizzi, legale di parte civile e amico. Stefano Binda, imputato dell’omicidio, assiste, calmo, alla deposizione del criminologo Franco Posa, uno dei consulenti della procura generale.

Lidia viene uccisa accanto alla sua Panda, in una stradina sterrata alla località Sass Pinin, nel territorio di Cittiglio. Muore là dove sarà ritrovata, al secondo giorno di ricerche. Una conclusione opposta a quella sostenuta e ripetuta in aula da Mario Tavani, il medico legale che all’epoca eseguì l’autopsia e la ricostruzione dell’omicidio.

Il consulente parla, illustra, le immagini fanno rivivere, riportano un passato vecchio di oltre trent’anni. Un primo colpo, la difesa istintiva, che procura alla studentessa di Comunione e Liberazione una lesione fra il primo e il secondo dito della mano sinistra. Una macchia di sangue sul sedile del passeggero testimonia del probabile tentativo di Lidia (che in quel momento non è al posto di guida) di sollevarsi per quello che sarà un brevissimo, disperato tentativo di fuga. Una ferita, che non trafigge completamente, è alla base del collo. Altri colpi al collo, di lato perché questa volta la vittima si muove per evitarli. Lidia apre la portiera o forse la trova già aperta. Il tempo di voltarsi per scendere e riceve un nuovo colpo, sotto l’attaccatura dei capelli, respinto dall’ossatura.

Lidia Macchi è in piedi, ancora eretta. Gira attorno all’utilitaria. È accanto alla fiancata destra. Viene inseguita e raggiunta dall’assassino in un tempo brevissimo. Sono una di fronte all’altra, lo provano due o forse tre lesioni al torace. Lidia cade, prona. Una immagine quasi per ogni descrizione. La mamma pare immergersi nelle carte che ha davanti. La vittima ha perduto coscienza. Si susseguono i colpi al dorso, in successione rapidissima, a “tripletta”, tanto violenti che la lama affonda, l’impugnatura lascia lo stampo sulla cute. «Efferata volontà di violenza – dice il consulente –, rapida volontà di uccidere». Tutto è rapido, vorticoso. Lidia perde conoscenza non oltre due minuti da quella prima ferita da difesa alla mano, muore dopo 5 o 10 minuti. Non oltre 20 minuti prima ha avuto (subito, secondo l’accusa) il primo, unico rapporto della sua vita.

Ha perduto oltre 1500 cc di sangue. Uno sversamento enorme, che ha però lasciato sul posto tracce ematiche piuttosto esigue tanto da far ritenere al primo perito che l’omicidio sia avvenuto altrove e il cadavere sia stato trasportato al Sass Pinin solo in un secondo tempo. «La quantità di sangue – spiega Posa, in risposta alla domanda del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi – dal collo è stata imponente ma tamponata da collo della giacca, rialzato, e dalla sciarpa, avvolta con due giri. È stata probabilmente la sciarpa insanguinata a lasciare una strisciata sulla portiera dell’auto. Tutto il sangue delle ferite sul torace è stato raccolto da giacca, camicia, maglietta intima”. Non ci sono segni di spostamento, di trascinamento del corpo sul terreno, gli stivaletti, regalo di Natale del padre, sono perfettamente calzati.