Varese, 15 luglio 2017 - «La parola fine non è il termine più esatto. Spero si arrivi il più vicino possibile alla verità». Alberto Macchi, fratello di Lidia, uccisa con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, ieri era in aula accanto al legale di parte civile Daniele Pizzi, che rappresenta la famiglia Macchi. Davanti alla Corte d’Assise di Varese presieduta dal giudice Orazio Muscato siede, come imputato, Stefano Binda, il 50enne di Brebbia arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver assassinato Lidia, ex compagna di liceo, dopo aver abusato sessualmente di lei. Difficile per Alberto, così come difficilissimo è stato per l’anziana madre Paola Bettoni, restare seduto in aula ad ascoltare i dettagli dell’assassinio di quella sorella mai conosciuta perché quando Lidia moriva «io – ha detto Alberto – avevo sei mesi». 

Una ferita lacerante per una famiglia che per anni ha dato prova di dignità, correttezza e fede. Dignità, concretezza nel volere la verità sulla morte di Lidia, che Alberto, ancora una volta, ha dimostrato ieri, descrivendo al termine dell’udienza con parole misurate ma precise il peso di una tragedia immane che dura da 30 anni. «Credo che la parola fine non ci sarà - ha spiegato - spero che tutto il possibile venga fatto per arrivare il più vicino possibile alla verità. Ma fine, ecco, non è la parola esatta da utilizzare in questo momento». Alberto, come la madre, come il padre Giorgio scomparso un anno fa, come la sorella Stefania ha sempre e soltanto chiesto «che si arrivi al colpevole, non ad un colpevole». Lo aveva già detto quando per l’omicidio della sorella fu indagato Giuseppe Piccolomo, quando nel 2014 le indagini presero nuovo impulso dopo 27 anni di ristagno. Anzi era andato oltre: «ho fiducia nella giustizia e ringrazio la Procura generale di Milano per il lavoro che sta svolgendo. Tuttavia non crediamo che Piccolomo possa essere l’assassino di Lidia». 
 
Le indagini poi orientarono l’inchiesta in un’altra direzione virando sulla figura di Binda collegato all’omicidio grazie alla testimonianza di Patrizia Bianchi, a sua volta ex compagna di liceo ed ex amica del cuore di Binda, che a lui attribuisce la paternità dell’anonimo “In morte di un’amica”. È prudente Alberto Macchi, non vuole spingersi a commenti azzardati con il processo in corso in quanto «non sarebbe corretto nei confronti di nessuno. E sarebbe irrispettoso nei confronti della Corte e delle altre parti processuali». Tuttavia a domanda precisa, ovvero se tra Binda e Lidia ci fosse quel legame affettivo strettissimo e segreto, con Lidia che voleva salvare Binda dalla sua tossicodipendenza, ipotizzato dall’accusa, Alberto risponde semplicemente: «Si conoscevano come si conoscono tante persone. Ma da questo a fare passi ulteriori…io mi fermerei qui». C’è per la famiglia Macchi la speranza di riuscire ad «arrivare alla verità. Di sapere. Di uscire da qui senza dubbi. Per Lidia». E la famiglia Macchi non ha mai fatto mistero dell’amarezza causata dalla distruzione dei vetrini grazie ai quali si sarebbe potuto confrontare il Dna maschile trovato sul cadavere di Lidia con quello di Binda. Vetrini incredibilmente distrutti per ordine dell’ufficio Gip nel 2000. Così come attendono che vengano terminati gli accertamenti scientifici sulla salma di Lidia, riesumata quasi un anno fa, per poterle dare dignitosa sepoltura. Accertamenti scientifici ordinati per non lasciare nulla di intentato, ma che difficilmente, visto il tempo passato, potranno dare riscontri utili.