Varese, 7 luglio 2017 - Delitto Lidia Macchi, oggi è il giorno di Patrizia Bianchi, la donna-chiave del processo. E' stata lei ad aver riconosciuto la grafia di Stefano Binda nella prosa anonima di "In morte di un'amica". Bianchi ha iniziato l'udienza raccontando le origini della sua amicizia con Binda, accusato del delitto della studentessa varesina. Il loro legame è iniziato al liceo classico: lei - di due anni più grande - era in classe con l'altro grande amico di Binda, Giuseppe Sotgiu (che poi diventerà don). Si vedevano all'intervallo, facevano gite e vacanze insieme. La Bianchi ha sottolineato lo spessore culturale di Binda e la sua passione per la letteratura, in particolare Pavese: "Aveva una cultura impressionante - ha sottolineato - aveva un modo di raccontare che mi catturava".  Un legame destinato alla sola amicizia. Un giorno infatti mentre stava tornando da Milano con Sotgiu e Binda quest'ultimo le avrebbe detto: "Guarda, io sono un misogino". In quel momento la donna aveva realizzato che non ci sarebbe mai stato altro tra di loro. 

Dopo aver contestualizzato il rapporto che la legava a Binda, Patrizia Bianchi ha parlato del giorno in cui ha appreso - tramite il suo fidanzato di allora - della morte di Lidia, la mattina del 7 gennaio. Lei ha chiamato subito Binda per avvertirlo. Nella concitazione - pur non sapendo alcun dettaglio della morte - avrebbe detto erroneamente che non era stata trovata l'arma del delitto. In quel momento - ha spiegato Bianchi - Binda l'avrebbe sommersa con una raffica di domande sull'arma del delitto, adoperando un tono duro e incalzante che "non aveva mai usato con me in precedenza". Bianchi ha spiegato di essere rimasta molto colpita da quell'atteggiamento, tanto da confrontarsi con una responsabile della cerchia di Cl, che la invitò a rasserenarsi. Il magistrato ha poi chiesto alla donna perché ha aspettato tanto a riferire alle autorità questi dubbi: "Non avevo altri fatti collegati - spiega -. Avevo messo tutto nel cassetto". 

Nei giorni successivi alla notizia della morte di Lidia, Binda l'ha chiamata ed è passato a prenderla in auto per andare a sede Cl. A un certo punto - ha spiegato - Bianchi ha notato un sacchetto del pane, dalla parte del passeggero, con dentro qualcosa che a suo parere doveva essere pesante perché il sacchetto non si muoveva durante il viaggio. Binda ha quindi detto di voler consegnare una lettera ai genitori di Lidia. Patrizia ha pensato che si trattasse di una lettera di condoglianze e si è rammaricata di non averci pensato prima. Dopo essersi fatto indicare la zona dove vivano i Macchi è sceso dall'auto con lettera e sacchetto ed è tornato poi a bordo senza niente. 

Patrizia Bianchi ha poi raccontato altri particolari. Ha ricordato la strana sensazione provata al funerale di Lidia quando durante l'omelia il don disse: "E adesso l'assassino di Lidia deve fare del bene per tutta la vita". Lei si è posta delle domande: "Sta lanciando un messaggio? Conosce l'assassino?". Sempre in quei giorni la frase di Binda: "Tu non sai cosa sono stato capace di fare", le avrebbe detto (come trascritto anche in un diario di Bianchi). A riprova dell'amicizia rispose: "Se anche avessi ucciso tua madre io ti sarò sempre amica". 

La donna ha ricordato poi come nel 2008 andò in Piemonte, in un piccolo paese dove era parroco Sotgiu. In quell'occasione espresse il desiderio di rivedere il vecchio amico comune, Stefano Binda. La reazione del don - spiega Bianchi - la spiazzò. Secondo quanto riferito lui le disse che Binda non era più la persona che aveva conosciuto. 

(ha collaborato GABRIELE MORONI)