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Porte aperte alla Ri-Maflow, l'impresa gestita dagli operai

L’alternativa creata da una ventina di operai si gioca sulla riconversione verso produzioni ecologicamente sostenibili

di Francesca Santolini

I lavoratori della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio (Monia Di Santo-Spf)
I lavoratori della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio (Monia Di Santo-Spf)

di Francesca Santolini

Trezzano sul Naviglio, 17 marzo 2012 — Una giornata aperta per far conoscere Ri-Maflow, la nuova cooperativa di lavoro fondata dagli ex dipendenti dell’azienda un tempo leader nella produzione di componenti per automobili. Aprendo le porte dei capannoni di via Boccaccio - occupati dagli ex lavoratori oggi in mobilità o in cassa integrazione a titolo di «risarcimento-sociale» - i promotori della prima fabbrica autogestita vogliono creare nuove occasioni e sinergie con altri lavoratori o imprenditori interessati a condividere un progetto che ha l’aria di essere una vera e propria rivoluzione.

Infatti, sorta sulle ceneri della Maflow Brs, migrata in Polonia alla ricerca di un profitto maggiore a discapito dell’esperienza e della professionalità dei lavoratori trezzanesi, l’alternativa creata da una ventina di operai si gioca sulla riconversione verso produzioni ecologicamente sostenibili ed eticamente responsabili. In sostanza, attraverso la differenziazione di rifiuti speciali come alluminio, plastica e rame, i nuovi imprenditori che sono gli ex operai e che percepiscono tutti lo stesso salario riescono a ottenere un maggiore profitto dagli scarti che, singolarmente, vengono valutati circa 3 euro al chilo anziché 17 centesimi.

Quindi, attraverso il riutilizzo o il riciclo a chilometro zero di materiali di scarto - una necessità della società - i lavoratori vogliono creare una fonte di reddito ed essere messi nelle condizioni di avviare un’attività per loro e per altri che nel tempo vorranno condividere il progetto. Ma non solo. Nei 30mila metri quadri che se non avessero occupato sarebbero stati terre di conquista per sacche di criminalità si vuole in un certo senso «fare scuola». Ieri, infatti, l’argentino Josè Abelli, portavoce del Movimento Nazionale Imprese Recuperate ha portato l’esperienza Argentina come esempio per la rinascita delle fabbriche italiane.

«Sono le fabricas recuperadas argentine, figlie dell’attuale crisi, ad averci dimostrato da ormai oltre dieci anni, e anche altre esperienze di autogestione in Grecia e Spagna, che è possibile costruire un modello economico-sociale alternativo a quello che sta crollando sotto i nostri occhi — hanno spiegato i lavoratori —. In fondo, negli anni della ricostruzione post-bellica in Italia esempi simili sono stati l’occupazione delle terre dei latifondisti e i cosiddetti ‘scioperi alla rovescia’, ossia la realizzazione di attività legate ai bisogni sociali insoddisfatti, rivendicandone il pagamento dalle istituzioni col sostegno dei cittadini interessati». Nel corso della giornata, è stato presentato anche il progetto dei Gas, i gruppi di acquisto solidale, con produttori di prossimità che troveranno casa in via Boccaccio. Ci sono stati anche seminari e momenti di riflessione con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale per orientare il credito verso produzioni autogestite.

francesca.santolini@ilgiorno.net

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