Assago (Milano), 5 settembre 2017 - Grandi speranze per i 900 ragazzi che hanno affrontato il test di Medicina in lingua inglese proposto da Humanitas University di Rozzano. Cento minuti per giocarsi la possibilità di prendersi uno degli 80 posti disponibili.

"Il test era difficile, soprattutto biologia e chimica. Solo logica era fattibile", racconta Jean Claude Nardello che da Padova vuole provarle tutte per entrare in Medicina. La maggior parte dei ragazzi si presenta proprio con questo spirito: "Ci si prova, è talmente difficile entrare che bisogna tentarle tutte», dicono in coro mentre escono e prendono in mano il telefono, per avvisare mamma e papà che "è andato". Per sapere come, bisogna aspettare il 20 settembre. Una telefonata che varca i confini dell’Italia per oltre il 20% degli studenti. "Vengo dalla Polonia, voglio fare il chirurgo. O plastico o neurologo, non ho ancora deciso. Ho scelto l’Humanitas perché ho più possibilità di riuscire a realizzare il mio sogno. L’obiettivo è rimanere a esercitare in Italia", è sicuro Michael Grynkiewicz. In controtendenza con la fuga di cervelli che emigra all’estero. Arriva direttamente dal Pakistan Sram Parvez. Parla poco italiano, ma non ha paura di impararlo. L’unica difficoltà è "convincere mia mamma a trasferirsi qui. Mio padre mi appoggia e vorrebbe che diventassi un medico qua in Italia. La mamma preferirebbe restare nel mio Paese, ma le ho detto che lì non ci sono possibilità per il mio futuro". Ma per un genitore “ostile” ce ne sono almeno dieci che invece incoraggiano i figli e li spingono a realizzare “il sogno italiano”. "Diventerò un ortopedico – afferma sicuro l’indiano Ramanjit Singk – mio padre non vede l’ora e tutta la mia famiglia conta su di me. Una bella responsabilità ma ce la metterò tutta", dice nella maturità dei suoi 19 anni. Maturo come Elena Shimizu. Madre italiana, padre giapponese, ha fatto le scuole (francesi) a Tokyo e ora vuole trasferirsi in Italia. "Mi piacerebbe diventare pediatra, dopo 19 anni vissuti in Giappone voglio fare il medico qui, credo sia una terra bellissima e, dopo aver viaggiato molto in giro per il mondo, vorrei fermarmi proprio dove è nata mia mamma. Humanitas dà una possibilità importante. Ci voglio provare. E anche mia madre è contenta". E in effetti sono tanti i genitori che hanno riposto sui figli speranze, responsabilità (e anche un po’ di ansia).

I figli dei medici si sentono quasi in dovere di continuare il cammino di mamma e papà. Quelli che non aspettano vicino alla cornetta la telefonata del figlio per sapere come è andato il test, hanno riempito i tornelli d’ingresso del Forum dove si affolla di solito la gente prima dei concerti. Attaccati ai cancelli dove è più facile trovare i figli giovani in attesa di entrare nel palazzetto, questa volta c’erano i genitori che hanno accompagnato i ragazzi e che hanno aspettato quei cento minuti di test con l’ansia e l’agitazione. "Vuole entrare in Humanitas perché dice che ci sono più possibilità poi per fare esperienza all’estero – chiacchiera un gruppetto, alcuni con il trolley, arrivati da Calabria, Sicilia, Sardegna –. Basta che è felice, deve seguire il suo sogno". Alcuni sono perplessi: "Va bene spingerli a inseguire i sogni, ma possibile che bisogna andare all’estero per fare il medico?", si domanda una zia. "Che poi, parlandoci chiaramente, non è che costa proprio due lire fare studiare un figlio. Medicina poi. Se ne vanno ventimila euro l’anno, per sei anni. Come un appartamento. Però, soldi ben spesi se vuole fare il medico. Speriamo in bene – tira su le spalle un papà arrivato da Roma –. Come si dice da noi: ce se prova".