Peschiera Borromeo (Milano), 26 settembre 2017 -  «Mio fratello è morto durante un Tso, queste barbarie non devono più accadere. La mia è una battaglia di civiltà: procurare sofferenza deve diventare un reato, la morte di Andrea deve servire a qualcosa di più grande». Sono le parole della peschierese Cristina Soldi, la sorella di Andrea, il 45enne deceduto due anni fa a Torino, nella piazzetta Umbria, durante un trattamento sanitario obbligatorio per effettuare delle cure che potessero dare un equilibrio alla sua schizofrenia.

Domani mattina inizierà il processo per stabilire le responsabilità. Alla sbarra, con l’accusa di omicidio colposo, i tre agenti della polizia municipale e lo psichiatra dell’Asl di Torino che il 5 agosto del 2015 hanno eseguito il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Oltre un centinaio di testimoni – tra cui l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino - saranno chiamati dal giudice, per capire cosa sia realmente accaduto quel giorno. Secondo l'accusa, i vigili avrebbero afferrato Andrea in modo talmente violento da provocare uno shock da compressione, la relazione del perito incaricato dal pm parla di «morte asfittica da strangolamento atipico». La famiglia Soldi ha rifiutato un risarcimento di 400mila euro da parte di Asl e Comune, domani la battaglia verrà spostata sul piano dei diritti civili. «Abbiamo rifiutato quel denaro perché vogliamo giustizia, non solo per Andrea, ma per tutte le persone malate e fragili che non dovranno mai fare la sua fine. La sua morte deve avere un senso: voglio che sia riconosciuta la sofferenza inferta ad Andrea», racconta Cristina Soldi, che proprio da Peschiera sta lanciando una battaglia per il riconoscimento di un nuovo reato. «Andrea è stato afferrato da dietro, si è accasciato a terra ed è stato poi trasportato in ospedale con la faccia contro la barella. Ho visto i segni sul suo volto, erano impressionanti. È stato caricato in ambulanza con le manette, sono stati i soccorritori a spingere i vigili a toglierle. Mio fratello non era un uomo violento, era sempre seduto in quella piazzetta e tutto lo chiamavano il Gigante buono».

A far scattare l’allarme sono stati gli amici di Andrea. «Quando l’ospedale ci ha informato della sua morte, non avevamo idea di cosa fosse accaduto. Solo il giorno dopo, passando da quella piazza, abbiamo saputo dalla gente cosa era accaduto. Tutti ci hanno raccontato la stessa versione: troppa violenza, Andrea non ce l’ha fatta. L’autopsia ha accertato che mio fratello è deceduto per asfissia, chi ha sbagliato deve pagare. Noi andremo avanti nella nostra battaglia, è assurdo morire per un Tso». La famiglie si è costituita parte civile e, a sostenerla, tante associazioni per i diritti dei malati psichiatrici.