Milano, 17 maggio 2017 - C'è una squadra che gira il mondo e gioca a calcio per portare un messaggio di speranza, e cioè che “nulla è impossibile“. Come inseguire un pallone e tirare in porta anche se sei privo di un arto. Il gruppo di ragazzi provenienti da tutta Italia (cè pure l’immancabile oriundo) fa parte della Nazionale Amputati Csi, gente che rifiuta ogni pietismo e cerca di condurre una normalissima vita al pari dei coetanei. Vederli giocare è tanto impressionante quanto commovente: fanno una gran fatica, si picchiano (mai con le stampelle), corrono, contrastano, dribblano, sanno toccare e accarezzare il pallone come giocolieri. È poi i tiri in porta: si appoggiano sulle stampelle e fanno qualcosa di simile alla rullata tipica del calcio balilla. In questa scatenata selezione ci sono anche quattro lombardi, a cominciare dal 38enne bergamasco Daniele Piana. «Gioco a pallone da quando avevo 6 anni, poi a 33 un grave incidente in moto e l’amputazione della gamba sinistra. Non mi sono rassegnato, ho scoperto la nazionale con le stampelle e adesso ho la fortuna di farne parte...»

Come fa una persona che ha subito un’amputazione a giocare, considerato che non si usano le protesi?

«Proprio per questo il nostro è uno degli sport estremi più incredibili che ci possa essere. Faticosissimo, perché la circolazione sanguigna è complicata. E poi servirebbe una diversa ossigenazione per correre, ma noi ci adeguiamo».

Siete una vera Nazionale, cresciuta in pochi anni...

«Tutto è cominciato grazie a Francesco Messori: lui a 13 anni voleva giocare un campionato ufficilale con i ragazzi suoi coetanei, il Csi gli diede la deroga per partecipare. Ma Francesco sapeva che c’erano gli amputati, così ha fondato un gruppo su Facebook: all’inizio eravamo in 5-6, poi si aggiungevano sempre più ragazzi, chi aveva avuto un incidente, chi era nato con una grave malformazione. Adesso siamo in 22! Un gruppo fantastico che non molla mai»

Dagli allenamenti siete passati alle gare ufficiali...

«Debutto nel 2012, poi il primo mondiale e un nono posto conquistato. Il movimento in Europa va bene, qui no. Basti pensare che le altre nazioni hanno il campionato, noi ci vediamo una volta al mese e organizziamo partitelle fra di noi. Ma da ogni esperienza torniamo arricchiti».

Qual è il vostro obiettivo?

«Vorremmo creare un movimento ed avere un appoggio dai club per esere seguiti bene. All’estero sono professionisti, noi ci incontriamo dove il Csi ci consente di allenarci, nel Veneto, nelle Marche o in Lombardia».

Quando arrivò in azzurro?

« Feci un provino due anni fa, poi l’esordio il 28 marzo del 2015 in Irlanda. E da li è iniziata la mia avventura».

Mica è tutto semplice...

«Certo che no, io ancora oggi casco dalle stampelle. Diciamo che è un percorso difficile, ma ci metto tanta buona volonta»

In che ruolo gioca?

«Sono attaccante. Ho segnato il primo gol con la Francia a Milano e ho provato una grande gioia. Certo, quando giocavo nei campionati di promozione con Covese e Bariano era un’altra cosa. Ma pure così mi diverto».

Il regolamento in breve...

«Si gioca 7 contro 7, e tutti gli atleti sono in stampelle e senza protesi. Le stampelle sono il prolungamento delle mani, bisogna stare attenti a come usarle. il portiere invece ha due gambe ma è amputato di braccio. Per tutti, una faticaccia».

Prossimo impegno, gli Europei di ottobre in Turchia...

«Un appuntamento cui ci teniamo, perché le prime 9 si qualificano al mondiale».

Chi vi sostiene nelle spese?

«Le difficoltà logistiche ed economiche sono tante. Quattro viaggi all’estero in 20 persone costano, abbiamo pochi sponsor e se qualcuno fosse disponibile ne saremmo orgogliosi. Dalla Federazione, per ora, nessuna risposta. Noi comunque siamo iscritti all’Aic, Damiano Tommasi ci segue e andremo all’Europeo come atleti dal Csi. Perché per noi il calcio è passione»