Milano, 6 ottobre 2017 - Se il genio è fantasia, talento, intuizione, Gary Brooker mezzo secolo fa è stato folgorante nel mettere a frutto i suoi studi bachiani sovrapponendo, nell’introduzione di “A whiter shade of pale”, un frammento del Corale in Mi bemolle maggiore “Wachet auf, ruft uns die Stimme” con il basso del secondo movimento della Suite per orchestra n.3 del compositore di Eisenach, più conosciuta come “Aria sulla quarta corda”. Una passione per la classica mai sopita, quella dei Procol Harum per il barocco, se è vero che pure nell’ultima fatica discografica “Novum” c’è un pezzo, “Sunday morning”, ispirato al famoso Canone e giga in re maggiore di Johann Pachelbel. Ed è proprio su quella felice commistione tra classica e pop che ha fatto di Brooks&Co. “I profeti del suono orchestrale” poggia ancora oggi la popolarità con cui si ripresentano stasera a Milano, sul palco del Dal Verme, nel segno di “A salty dog”, di “Shine on brightley”, di “Homburg” e tutte le altre arrivate a trasformarli in un’icona del prog anni Sessanta.

In scena c'è la dodicesima edizione della formazione messa in campo da Brooker in cinquant’anni attingendo puntualmente dal meglio della musica inglese, come dimostrano i curricula del chitarrista Geoff Whitehorn (Paul Rodgers, Roger Daltrey), del tastierista Josh Phillips (Pete Townshend, Midge Ure), del bassista Matt Pegg (Jethro Tull, Ian Brown), del batterista Geoff Dunn (Jimmy Page, Dave Stewart, Van Morrison). A parlarne è lo stesso Gary Brooker.

Di materiale nuovo da eseguire in questa rentrée milanese ne avete parecchio.

«Per una decennio abbiamo preferito l’attività live a quella di studio, ma due estati fa, con l’avvicinarsi dell’anniversario, c’è sembrato giusto incidere un nuovo album. Il risultato è “Novum”, un lavoro pieno di idee, con i testi di Pete Brown (ex paroliere dei Cream, ndr), che riproponiamo pure dal vivo stando ben attenti, naturalmente, a non sacrificare il resto repertorio».

Oggi il sistema non sembra più capace di produrre gruppi longevi al punto da reggere la scena per 50 anni. Perché?

«Perché noi abbiamo avuto la fortuna di crescere in anni confusi, creativi, ma anche molto eccitanti. Prima il segreto del suono stava nella qualità della musica, oggi troppo spesso nel volume dell’amplificazione. Le rivoluzioni che hanno attraversato la canzone tra i ’50 e i ’70 sono andate via via scemando. E si è perso il gusto di allora per la sperimentazione. Ecco perché un album come “Novum”, sotto questo aspetto, ha un’attitudine antica».

Cosa pensa del successo incontrato in Italia da “Senza luce” dei Dik Dik e “L’ombra dell’amore” dei Camaleonti, versioni rivedute e corrette rispettivamente di “A whiter shade of pale” e di “Homburg” con i testi di Mogol e di Daniele Pace?

«È fuori di dubbio che nel vostro paese parte della popolarità dei Procol Harum sia legata proprio a quelle cover; ne avemmo la netta percezione nei concerti tenuti tra il ’67 e il ’68, davanti a teatri traboccanti di gente che conosceva a menadito la nostra musica; cantavano i refrain di quei pezzi in italiano e cantavano tutti».

Lei ha avuto importantissime esperienze pure fuori dalla band. Quali sono state le più importanti?

«Ho suonato per tre anni nella All Starr Band di Ringo Starr con Peter Frampton, Jack Bruce, Todd Rundgren con grande divertimento. Pure quella con i Rhythm Kings di Bill Wyman è stata però un gran bell’avventura. Quanto ad eventi unici, ricordo il Concert for George alla Royal Albert Hall, la maratona organizzata da Eric Clapton per ricordare un grande amico quale George Harrison».

Com’è cambiata l’Italia dei concerti in tutto questo tempo?

«Suonare in Italia sul finire degli anni Sessanta era molto, molto, caotico. Nel ’68, non ricordo più in quale città, arrivammo sul palco e mancava addirittura il pianoforte. Ma il nostro indimenticato promoter italiano, Franco Mamone, tornò in hotel, fece caricare su un furgone il bellissimo gran coda che stava nel foyer, e suonai quello».