JAZZ STANDARD

Pianoforte e sax, un passo a due

Ho amato subito questo progetto, per la scelta di un songbook non troppo frequentato, per il pianismo educato, elegante e originale di Andrea Pozza, che dialoga con il colosso preparkeriano e solitario del sax tenore, Scott Hamilton

di Marco Mangiarotti

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Milano, 6 febbraio 2014 - Guancia a guancia. Il duo piano e sax è una stravaganza fra gli incontri del jazz. Ricordo un memorabile Nat King Cole, straordinario pianista, con Lester Young e le incursioni di un giovane e importuno batterista di talento, Buddy Rich. Sotto la regia di Norman Grantz. Poi divenne il luogo d’incontro degli americani a Parigi (Stoccolma, Copenhagen, Amsterdam, Milano e Roma). Venivano con lo strumento in valigia, imbarcavano gli amici che già vivevano e lavoravano in Europa, completavano il gruppo i migliori giovanotti locali. Quando si delinearono anche credibili gerarchie europee, la scomposizione del cool trovò memorabili duetti anche qui. Penso a Solal-Konitz, meraviglioso.

Per questo ho amato subito questo progetto, per la scelta di un songbook non troppo frequentato, per il pianismo educato, elegante e originale di Andrea Pozza, che dialoga con il colosso preparkeriano e solitario del sax tenore, Scott Hamilton. Personale, nella sua eloquenza profonda, Scott è l’erede di Ben Webster e Coleman Hawkins, Chu Berry e Lester Young. La voce perfetta per raccontare questi standard, da «I Could Write A Book» di Richard Rodgers, che dà titolo all’album, una bellissima «Well Be Together Again» di Carl Fischer, «Isn’t It Romantic», «Everything I Love» di Cole Porter. La sorpresa di «Afternoon in Paris» di John Lewis. Li vorrei ascoltare anche dal vivo.

di Marco Mangiarotti