Gianmaria suonerà anche in Svizzera, Germania, Austria e Francia. Undici canzoni impegnate con musicisti del disco tutti di provata esperienza
Milano, 10 dicembre 2011 - Non sono venuto per salutare, perché io non lo capisco il tempo giusto del saluto. Così canta e discanta Gianmaria Testa, cantautore ferroviere, in congedo, di Langa e poeta dell’inadeguatezza formale, del coraggio della mente e della forza del cuore. Celebrato e scoperto in Francia, in Europa e nel Nuovo Mondo, profeta anche in patria da tre lustri, gira in tondo anche l’Italia e chiude questa prima parte del tour martedì al teatro Dal Verme di Milano, nel cartellone aperto di Music Club. Nella valigia delle perplessità politiche e civili Gianmaria porta le certezze di un capolavoro puntuto, intimo e lacerante (non solo nel suono), «Vitamia» (Fuorivia-Egea-Incipit Records).
Chiude le date italiane in sestetto, l’osso, anche nel senso contadino del nocciolo-seme, di un album. «Abbiamo provato in Puglia - racconta Testa mentre sta mettendo il pieno di benzina — a Barletta, dove c’è stata la prima il 9 novembre, nel cartellone di Puglia Sound, che ben utilizza i fondi europei per la cultura. Alcune date le abbiamo fatte in quartetto, senza Claudio Dadone, una delle tre chitarre, e Roberto Cipelli, il pianoforte. Mancano anche gli ospiti dell’album, Luciano Biondini (fisarmonica), Gianluca Petrella (trombone) e Mario Brunello (violoncello), ma saremo al completo».
«Vitamia» rielabora, oltre i quattro inediti, «ben sette canzoni scritte per lo spettacolo teatrale “18mila giorni - Il pitone”, nel quale io e Giuseppe Battiston abbiamo portato in scena un monologo di Andrea Bajani sul tema del lavoro. Al libro di Bajani, «Cordiali saluti» è ispirata l’omonima canzone. “18mila giorni” è dedicata a Erri De Luca per fraterna amicizia e perché lui insieme ad altri ha provato a un certo punto a immaginare un futuro diverso».
Nel tempo in cui «se provi a contare la vita in giorni invece che in anni, cambia la prospettiva. Ma rimane sempre un gigantesco perché, senza risposta. Così tutto si rimpicciolisce e il giorno è una dimensione minima e quasi misurabile in sospiri. Gli anni al confronto sono un tempo metafisico, anche se pure loro adesso mi passano alla velocità della luce. In un respiro, come Vitamia tutto attaccato, appunti pubblici e privati sul presente. E una speranza laica sul futuro. Gli operai che protestano sul tetto («e no non scendo e vacci tu davanti alla tv»), un rock industriale difficile da dimenticare. Come il sarcasmo educato di «Cordiali saluti», lettera di licenziamento «sordida e melliflua». Storie di donne del Sud che si lasciano morire («Lele»), favole e giostre. Un fado passionale sulle stagioni di un rapporto, il suo, in «Dimestichezze d’amore». Il realismo sentimentale «Di niente, metà».
Questa è la pietanza del concerto, poi ci saranno altre cose. Anche. «Farò “Le traiettorie delle mongolfiere” dal primo disco. E “Polvere di gesso”, perché tanto me la chiedono. Cover credo di no, ma mi riservo una quota di libertà e improvvisazione perché il concerto è dialogo in forma di monologo, dove la risposta emotiva del pubblico resta fondamentale. Così in base a quel che ricevo, io do». Interessante l’organizzazione musicale, «con tre chitarre, Claudio Dadone, co-produttore e arrangiatore, Giancarlo Bianchetti e la mia, il pianoforte di Roberto Cipelli, il contrabbasso e basso di Nicola Negrini, batteria e percussioni di Philippe Garcia. Molti si stupiranno ma c’è del rock come nel disco». Farai un assolo alla Jimi Hendrix? «Non io, ma Bianchetti. Mi manca il coraggio di fare gli assoli. Ho paura del linguaggio del corpo nella libidine rock. Bisogna avere il fisico adatto. Mi piace anche ballare e veder ballare. ma mi vergogno: mi sento un sacco di patate».
Il tour riprende il 19 a Innsbruck (il 5 maggio Vienna e il 6 a Salisburgo). Svizzera, Francia e Gerrmania riempiono i calendari da qui a primavera. In America ci andrà un’altra volta.
Martedì al Teatro Dal Verme, via San Giovanni sul Muro, 2, alle 21. Info: 02.87.905.
di Marco Mangiarotti