ALLO SMERALDO

I camaleonti
del progressive anni '70
Yes, sono loro e suonano per noi

La band dalla grafica psichedelica torna a Milano con la formazione del tour 2011 e dell'album "Fly from here". Pronta a offrire inediti mix di pop, temi e riprese secondo l'idea di Steve Howe

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Milano, 24 novembre 2011 - Yes, sono loro. La band mito di un progressive camaleontico che ha segnato gli anni Settanta allargando i confini del linguaggio rock. Sbarcano al teatro Smeraldo, ore 21, con la loro ultima formazione, quella del tour 2011 e del loro ultimo album «Fly From Here». L’insolita declinazione di ouverture pop, temi e riprese, nell’idea armonica e compositiva di Steve Howe che in assenza di Jon Anderson e Rick Wakeman comanda. Anche sul basso di Cris Squire.

 

Canta David Benoit, alle tastiere c’è Geoff Downes, alla batteria e percussioni Alan White. Dettagli fondamentali, perché questo è un gruppo laboratorio di musicisti veri e virtuosi. Hanno segnato un’epoca con i Pink Floyd (contemporanei) e i Queen (popolari). Ricerca che dal progressive e da un’improvvisazione sospesa fra rock e jazz, poi cerca di costruire strutture verticali (anche la voce di Mercury). Partendo da un mondo orizzontale. Tre chitarre da amare, David Gilmour, Brian May e Steve Howe.

 

Ce lo spiega Wakeman ci regala la versione di Rick in «Close to The Edge» per piano solo (nove minuti circa). Diversa è la versione di Howe, semplificazione della complessità (sentimentale o mentale?) dal classico al rock. Di certo i loro concerti sono un ponte sullo stretto del tempo, fra passato e presente. Gli inni, «And You And I», «Soon», «Siberian Khatru», «Starship Trooper». La parte danzante, «Roundabout». E «Owner Of A Lonely Heart», uno dei singoli più forti di sempre firmato da Trevor Rabin, dopo lo shampoo Buggles con Geoffrey Downes e Trevor Horn. La sua declinazione live da parte delle diverse costole e band, anche il formidabile duo Anderson e Wakeman, è la discriminante per capire. Perché ha la sintesi dei radio edit e non la lunghezza di ouverture pop. O di certe fughe orchetsrali.

 

La band della grafica visionaria cambia dal 1968 molti dei suoi componenti. Erano partiti con Jon Anderson, voce, Peter Banks, chitarra, subito sostituito da Steve Howe. Alle tastiere si alternano Tony Kaye, Rick Wakeman, Patrick Moraz e Downes, quando Horn sostituisce Anderson. Al basso resiste monolitico e flex Chris Squire, due soli batteristi: Bill Bruford e Alan White. E siamo già arrivati agli anni Ottanta. Aggiungo il chitarrista sudafricano Trevor Rabin. Album entrati nella leggenda. «Yes», «The Yes Album», «Fragile», «Close to the Edge», «Relayer», «Drama», «Yesshows» (live), «90125». «Anderson Bruford Wakeman Howe». Tutto e il resto è ancora. E adesso.

di Marco Mangiarotti