ALLO SMERALDO

La voce di Mango trasforma
il trio in un quartetto

Canta "La terra degli Aquiloni". Al suo fianco, Carlo De Bei, chitarrissta notevole e duttile, e Rocco Petruzzi alle tastiere, quelli con cui ha preprodotto e prodotto il disco. Un trio a geometria variabile che spettina anche gli hit più conosciuti

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Milano, 23 novembre 2011 - L'elemento fondamentale nella vita artistica di Mango è sempre stato il cielo che si specchia nell’acqua (che ha il colore del cielo). Ma con i piedi per terra, come un lucano di Lagonegro fra i due mari. Prigioniero di una voce inimitabile, plastica e sinuosa come certe statue dionisiache della Magna Grecia, di bronzo e oro, Pino è rimasto affascinato per anni dalla potenza estetica del suono, dall’anima delle cose.

Nell’ultimo album, che porta in tour con il canzoniere del doppio live anche stasera a Milano (Teatro Smeraldo, ore 21), prende forma una scrittura che si trasforma in vocalità nuova. Il suo lavoro più interessante della maturità, il più compiuto. Si chiama «La terra degli aquiloni», nove inediti, una cover di Carlos Gardel, il re del tango, «Volver» e «Starlight» dei francesi Superman Lovers. Roba da coretti in macchina con tutta la famiglia. Divertente.
Adesso lui riporta la materia in giro azzerando tutto, perché «siamo solo in tre e suoniamo tutto, strumenti e campionamenti, dal vivo. Quando l’ho detto a Pasquale Panella, che firma anche i testi dell’ultimo album, mi ha risposto sorridendo: siete in tre, ma suoante in quattro, perché c’è anche la tua voce». Non si sbagliava. Pino conferma: «La voce avrà ancora più spazio, ma è diventata adulta, diversa. ha una profondità che non aveva prima. Non dovete pensare però a un Mango unplugged, totalmente acustico, ci sono le chitarre elettriche e le tastiere. Io suono da solo il pianoforte e persino l’ukulele».

Al suo fianco, Carlo De Bei, chitarrissta notevole e duttile, e Rocco Petruzzi alle tastiere, quelli con cui ha preprodotto e prodotto il disco. Un trio a geometria variabile che spettina anche gli hit più conosciuti. «Ascolterete “Bella d’estate” — ci spiwga —, in 6/8, quasi un bolero, sanguigno e flamenco. Anche “Giulietta” ha tutti i tempi spostati e diventa una gioduria cantarla. Cambia “Il rifugio” di Maurizio Fabrizio, di sapore e significato. I filmati di Arturo alimentano lo show».

di Marco Mangiarotti