Milano, 22 ottobre 2017 - Un disastro, Caporetto. Tanto da fare del paese nella valle dell’Isonzo il sinonimo della disfatta, un luogo comune che supera dati storici e geografia. Eppure, al di là della sconfitta militare nell’ottobre del 1917, quei fatti densi di vicende controverse, militari e politiche, vanno riletti con maggiore attenzione. Lo fa, con forza di documentazione e brillantezza di scrittura, Alfio Caruso in “Caporetto - L’Italia salvata dai ragazzi senza nome”, Longanesi, ricostruendo trenta mesi di “Grande Guerra”, errori strategici del comandante in capo Luigi Cadorna, sacrifici di milioni di soldati in inutili assalti, trame politiche e interessi economici. Poi, l’attacco austriaco e tedesco. L’inadeguatezza della risposta italiana. E, nonostante le gravi carenze dei comandi, la resistenza di migliaia di soldati che, guidati da giovani ufficiali, rallentano l’offensiva nemica e danno al grosso dell’esercito la possibilità di ripiegare e ricostruire il fronte in aree più difendibili. Cadorna e parecchi altri generali pagano il conto della sconfitta. Si salva invece il comandante sul campo, Pietro Badoglio, protetto dagli intrighi di casa Savoia e della massoneria: un classico della storia italiana. Ci si attesta infine sulle sponde del Piave. Anzi, della Piave, come volevano geografia e linguaggio veneto. Se non ci si fosse messa la mano del poeta campione di retorica Gabriele D’Annunzio, che - ricorda Caruso - ribattezzò il fiume, per esaltarne “la potenza maschia”, degna della Patria.

Anche in “Caporetto” di Alessandro Barbero, Laterza, la storia viene riletta con originali capacità critiche, mettendo in luce innanzitutto la sottovalutazione dei tanti segnali dell’imminente attacco austrotedesco da parte di Cadorna, “un autocrate, simbolo di tutto quel che c’era di arcaico, di meccanico, di troppo autoritario e perfino di crudele nella gestione dell’esercito”. L’attacco riuscì. E nonostante l’eroismo della difesa italiana in prima linea (ecco un fatto da tenere in buona memoria), ebbe la meglio l’intelligenza tattica delle colonne tedesche con reparti d’assalto efficienti e ben armati (si distinsero quelli comandati dal giovane tenente Erwin Rommel, destinato a brillante e poi tragica carriera). Dopo due settimane di sgomento, seguite alla disfatta di Caporetto, i soldati comunque tornarono a obbedire e a combattere. “Caporetto - Storia e memoria d’una disfatta”, scrive Nicola Labanca, Il Mulino, ricostruendo anche il retroterra politico e sociale della disfatta. Si diffuse la paura che Caporetto fosse stata una sorta di “sciopero militare”, una scelta politica di parte dell’esercito per “fare come in Russia”, preparare una rivoluzione comunista sventolando la bandiera della pace. Molta retorica, scarsa lucidità d’analisi. Con una confusione tra storia reale e propaganda che, documenta bene Labanca, è andata avanti per molto tempo, sino alle soglie dell’oggi.