Milano, 2 luglio 2017 - “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”. Il giudizio è di Stefano Rodotà, segno forte dell’eredità civile che ci ha lasciato. È intessuta di idee e di scelte, la politica. Di forme e regole. Di parole. Stravolgerle e corromperle, bistrattare i congiuntivi, disprezzare sintassi e grammatica è corrompere la politica. Lo dimostra con acutezza Giuseppe Antonelli in “Volgare eloquenza - Come le parole hanno paralizzato la politica”, Laterza (tra i primi titoli per rilanciare, con grafica originale, la prestigiosa collana “Tempi nuovi”). “Si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta come un popolo bue, con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari”, nota Antonelli. E lo documenta analizzando slogan (come il “Vaffa Day, il turpiloquio per la prima volta bandiera d’un movimento politico”), equivoci su parole importanti come “libertà” e “onestà”, “storytelling” che sanno di pubblicità e propaganda ma non di racconto politico. E violenze verbali. Parole impoverite e cattive. Derive autoritarie. Tutto il contrario della democrazia. È la lezione di George Orwell: “Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero”. Il fenomeno, naturalmente, non riguarda solo l’Italia. L’America di Trump ne è esempio. Populismo. Linguaggio semplificato e distorto. “Post-verità”. E “fake news”.

Fenomeni al centro del nuovo libro di Paolo Pagliaro, “Punto - Fermiamo il declino dell’informazione”, Il Mulino. C’è “un virus che infetta la rete, l’informazione, la politica - ridotta a comunicazione - e l’etica pubblica”. Una vera e propria crisi della democrazia. Tra “teorie cospiratorie” e abili manipolazioni. “Arginare e sconfiggere questa deriva si può”, spiega Pagliaro. Come? Non si può bloccare Internet né costruire censure. Ma ascoltare, come lettori, i campanelli d’allarme contro la disinformazione, imparare a leggere e navigare con intelligenza critica nel gran mare del web, fare domande, pretendere da se stessi consapevolezza. La battaglia contro la manipolazione riguarda non solo le persone di cultura, ma ogni cittadino. Rieccoci alle parole. E al loro buon uso. Da imparare anche divertendosi. Come racconta Stefano Bartezzaghi in “Parole in gioco”, Bompiani. Libro acuto, che va dal “lessico famigliare” caro a Natalia Ginzburg ai linguaggi tecnici, dai testi sacri della religione ai dialetti, dagli indovinelli ai “tormentoni” nati soprattutto in tv (le pubblicità di “Carosello” negli anni Sessanta ne sono miniera), dalle semplificazioni del web alle tante invenzioni e storture di un’epoca in cui la comunicazione è diventata centrale. Anche troppo. Si inciampa ancora nella politica. E alla potenza di alcune espressioni quando diventano rituali. Come il “Yes, we can” di Obama. Hanno una grande forza, le parole. Di cui saper essere padroni.