Milano, 16 dicembre 2017 - «Ci sono parole che fanno vivere...», scriveva Paul Eluard, uno dei maggiori poeti francesi, nel 1945: «La parola calore la parola fiducia/ la parola figlio e la parola gentilezza/ giustizia amore e la parola libertà». Viviamo di parole. E vale sempre la pena imparare a usarle meglio e a divertirsi, perché no?, giocandoci. Prendendo in mano, per esempio, un vocabolario. Già, proprio “Lo Zingarelli 2018. Vocabolario della lingua italiana”, edito dalla Zanichelli e curato da Mario Cannella e Beata Lazzarini. Il nome dell’autore, Nicola Zingarelli (filologo raffinato, studioso di Dante, che ne curò le edizioni dal 1917 al 1935) è diventato un marchio. E adesso che quel vocabolario compie un secolo, vale la pena ricordarne il contributo fondamentale per tutelare non solo le radici, ma anche l’evoluzione della lingua italiana. Perché anno dopo anno “lo Zingarelli” aggiorna il patrimonio delle 145mila parole (quante ne usiamo? di quante conosciamo il significato? le persone più colte, si dice, circa 50mila) e introduce termini nuovi entrati nell’uso comune: antieuro, stepchild adoption e foreing fighter, adesso, dopo tangentopoli e rottamazione, cinepanettone e islamofobia in anni recenti. Una lingua è una struttura mobile e permeabile, viva perché ricettiva, come hanno insegnato, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino e Tullio De Mauro (anche il suo è un dizionario da tenere piacevolmente a portata di mano). 

Le parole hanno bisogno di spazi aperti, di confronti, di ibridazioni. Di vita. Lo conferma l’opera di Massimo Arcangeli ed Edoardo Boncinelli, “Le magnifiche 100 - Dizionario delle parole immateriali”, Bollati Boringhieri, con l’intenzione benemerita di coniugare due culture, quella umanistica e quella scientifica, troppo a lungo tenute separate. Parole come allegria, amicizia, amore, coscienza, creatività, dolore, diversità, libertà, morte, natura, tempo, verità e altre ancora. Il loro significato è molteplice, cambia nel tempo, talvolta si banalizza e si usura. Ma i valori indicati restano e meritano riflessione. Parole comunque forti. Non le possiamo toccare. Ma la loro immaterialità fabbrica il mondo. E’ una forza che sta alla base di “La lettera sovversiva” di Vanessa Roghi, Laterza: “Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole”. Si parte dalla lezione d’uno dei sacerdoti più sensibili ai temi dell’educazione (“Lettere a una professoressa” scritto da don Lorenzo Milani e dagli alunni della scuola di Barbiana nel 1967 è uno dei libri chiave di intere generazioni), tracciando del suo impegno religioso e civile un ritratto senza apologia né pregiudizi critici. Si discute sulle relazioni tra padronanza del linguaggio e partecipazione alla democrazia, anche dei contadini poveri e semianalfabeti della profonda provincia toscana: «Dissi parole che i loro bambini intendevano a una a una e nel loro insieme». Parole che fanno vivere libertà.