Milano, 15 ottobre 2017 - Cosa significa essere padre? L’esperienza. Le regole. L’orizzonte del futuro. Le radici, insomma, e la costruzione delle ali. Padre, come responsabilità. E allegria. Padre, però, pure come dolore e ferita che resta per sempre, pur quando innaturalmente non c’è più il figlio. “Ora mi vedo costretto a essere un padre tragico, a scrivere con prosa inverosimile una storia di prigione e d’amore. Io, che desideravo scrivere storielle divertenti”. Sono le parole di Sergio del Molino, giornalista e scrittore, nelle pagine di “Nell’ora violetta”, Sellerio: denso racconto sulla nascita, la malattia e la vita brevissima, un anno e mezzo appena, di Pablo, figlio amatissimo, nel conflitto terribile tra l’annuncio di morte e la speranza che la medicina, tra chemio e trapianto di midollo, facesse una sorta di miracolo. “Affronto il dolore con le parole”, dice del Molino. Ed ecco la scoperta della leucemia, l’ospedale, i giorni passati davanti ai colori e alla luce del Mediterraneo nei tempi delle illusioni, la solitudine del “dopo”. 

E la consapevolezza che nulla guarisce da quel lutto e che solo la letteratura e il racconto consentono briciole di vita. Padre, qui è memoria e senso di paternità per sempre, nonostante tutto. Padre, come riferimento morale. Ne è buon esempio Darwin Pastorin, uno dei migliori giornalisti sportivi, in “Lettera a un giovane calciatore”, Chiarelettere. Pastorin aveva già scritto, una decina di anni fa, “Lettera a mio figlio sul calcio”. Adesso allarga il racconto fatto allora al piccolo Santiago e prova a testimoniare ancora una volta come “il calcio è un sentimento forte, anche ora che è diventato un business”: racconti di atleti piccoli e adulti, di squadre che partono dai gironi minori per arrivare al successo, di valori della competizione e della partecipazione. Tornando “a quei campetti di pietre e polvere, negli oratori dove, ogni giorno, si ripete lo stesso rito laico, la festa del pallone”. Festa di padri e figli. A guardare bene storia e attualità, è facile dire come il rapporto padri-figli non sia però mai stato un idillio. Relazione di conflitti. E di confini da infrangere, per crescere. Non solo ideali. Ma materiali. Ne scrive con l’usuale competenza di giurista e di storica classica, Eva Cantarella in “Come uccidere il padre - Genitori e figli da Roma a oggi”, Feltrinelli. Era durissima, la “patria potestas” romana: un dominio totale, personale e patrimoniale, sino alla riduzione in schiavitù e alla morte, finché il padre era in vita. Ed evidente e frequente, la voglia di liberarsi del padre, per avere accesso al patrimonio e alle scelte fondamentali della vita. Rispetto e onore agli anziani, è vero: un fondamento politico e sociale. Ma anche ansia di libertà, sino al delitto. Ne scrivono Catone e Cicerone, Ovidio e Seneca, Plauto e Giovenale, sino alle nuove leggi di Giustiniano. Un pesante conflitto generazionale, non solo simbolico.