Milano, 3 dicembre 2017 - “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”, sosteneva Stéphane Mallarmé. Fors’anche, per essere innanzitutto vissuto. E poi, raccontato. Di certo, i libri aiutano il lettore a vivere molte altre vite, coltivare passioni, naufragare, cambiare, tornare. E leggere, per ripartire ancora. Ne scrive molto bene Paolo Di Paolo in “Vite che sono la tua”, Laterza ovvero “il bello dei romanzi in 27 storie”: “La letteratura ci racconta: la sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l’amore, le ambizioni, le illusioni magari perdute...”. perché leggendo “possiamo vivere il non ancora vissuto e il mai vivibile”: sopravvivere all’adolescenza con “Il giovane Holden” di J. H. Salinger, ridere nella tragedia con il “Diario” di Anna Frank, scoprire di essere amati con “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, trovare un posto sicuro con “Colazione da Tiffany” di Truman Capote, ma anche “scegliere” con “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e ancora tante altre storie. Perché questo sono appunto i libri: scelte e storie, che rimandano ad altre esperienze e ad altri mondi che diventano sostanza di noi. Un’intensa dichiarazione d’amore per la buona letteratura. 

Lo è anche “Il manifesto del libero lettore” di Alessandro Piperno, Mondadori, con la scelta di “otto scrittori di cui non so fare a meno”: Jane Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov. Ogni lettore avrà i suoi “otto scrittori” essenziali. Ma l’importante, qui, non è il catalogo, quanto la riaffermazione della centralità della letteratura per cercare di capire l’anima e il mondo. Prendiamo Dickens: “Ce la mette tutta per sdegnarci, disgustarci, per farci tremare di orrore o di paura, ma tutto in lui esprime gioia e gusto per la vita. La sua prosa è un inno alla bellezza, alla vitalità...”. O Proust, con la precisione della prosa e la predilezione per l’imperfetto, il tempo appunto del racconto. Con una indicazione finale: “Per leggere romanzi, e per scriverne, non c’è strumento più prezioso della libertà”. I libri sono densi di personaggi e azioni. Ma anche di cose. Lo documenta Raimonda Riccini in “Gli oggetti della letteratura - Il design tra racconto e immagine”, Els La Scuola: i libri come oggetti in altri libri (ne “Il manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki, nella biblioteca de “Il nome della rosa” di Umberto Eco) ma anche le librerie, come la sinuosa “Bookworm” progettata da Ron Arad per Kartell e amata dal protagonista di “Senza spigoli” di Francesco Piccolo. Si continua con la macchina da scrivere “Lettera 22” Olivetti, le tinozze dei “dottori di Salamanca” nelle strofe di Gianni Rodari, la panchina di Gustav Aschenbach in “Morte a Venezia” di Thomas Mann, le automobili care a “Il Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald. E tanti altri oggetti ancora. Parole per dire cose, cose che rivivono in memoria, grazie alle parole. Il mondo in un libro, appunto.