Milano, 10 settembre 2017 - Dire di noi, alle radici della identità e dell’anima. E ricostruire storie, anche con una dolorosa ricerca di verità. Sta qui la responsabilità di scrittura e buona letteratura. Ne è ancora una volta interprete Giuseppe Lupo, con “Gli anni del nostro incanto”, Marsilio. In copertina, la foto d’una famiglia su una Vespa, in via Larga, negli anni Sessanta del boom economico. E la frase chiave è: «Siamo venuti a Milano per essere all’altezza di questi anni». In una stanza d’ospedale, nell’estate del 1982, quella frase e quella foto Vittoria le usa con insistenza per cercare di risvegliare la memoria della madre, finita nelle nebbie della dimenticanza. Ricordi. D’una coppia, Louis e Regina, che si innamorano ballando “Rosamunda”. Dei figli, Indiano e Vittoria. D’un benessere faticosamente acquisito lavorando duro, operaio lui parrucchiera lei. Dell’orgoglio industriale d’una Milano severa e comunque capace di sogni. Dell’emigrazione che si risolve in cittadinanza perché “milanesi si diventa”. E delle cupezze d’una metropoli che soffre il terrorismo e la crisi. Romanzo delle radici e delle speranze. Della civiltà delle fabbriche. E di una “cognizione del dolore” che comunque non cancella la possibilità del sorriso. “Ognuno ha tanta storia, tante tracce nella memoria”, cantava Gabriella Ferri. E Pietrangelo Buttafuoco usa quelle parole nelle pagine di “I baci sono definitivi”, La nave di Teseo, per dare corpo ai sentimenti di uno dei tanti personaggi in viaggio, su una linea della metropolitana di Roma, su un treno, che nel corso del tempo, affollano il taccuino dello scrittore: vite reali e immaginarie, incontri d’amore, nostalgie. Impressioni d’un attimo. Ed emozioni che raccontano umanità e fanno storia.

Bisogna imparare a fare i conti seriamente, con la storia. Ne è maestro Javier Cercas che, in “Il sovrano delle ombre”, Guanda (traduzione di Bruno Arpaia, scrittura su scrittura) affronta le memorie di famiglia, anche le più controverse, l’illusione d’eroismo e l’orrore reale della guerra. Cercas si mette ancora in gioco come grande autore civile capace di affrontare le pagine più dure della storia di Spagna, le speranza della Repubblica, la guerra civile, la lunga dittatura di Franco. Tutto parte dalla foto di uno zio, Manuel Mena, ufficiale dell’esercito franchista, morto a diciannove anni, nell’autunno 1938, nella battaglia dell’Ebro. E dal desiderio di saperne di più, al di là della mitologia familiare e del fastidio attuale dell’autore, uomo di sinistra, nei confronti d’un antenato falangista. La storia di Manuel così diventa la storia dello scrittore in crisi che va alla scoperta di Manuel. La guerra della “bella morte” rivela le sue crudeltà. E Manuel, pur essendo formalmente dalla parte dei “vincenti”, di fronte all’orrore delle battaglie, smarrisce il senso di ideali, ragioni e interessi. La storia, così, non è partigiana, ma bisognosa di verità.