Milano, 18 giugno 2017 - Una chiesa, nella luce livida di un’alba piovigginosa e una donna che dal buio d’una cappella scivola verso un sotterraneo. Due ragazze, in un’aula universitaria ingombra di libri e vecchie carte. E un antropologo geniale, Marco Di Giacomo, che sa trovare connessioni invisibili tra eventi e luoghi diversissimi. Comincia così “I Guardiani” di Maurizio De Giovanni, Rizzoli, inizio d’una nuova serie (dopo quelle, di grande successo, sul commissario Ricciardi e sui “bastardi di Pizzofalcone”;) in cui Napoli, città per definizione solare, vive nel buio. Delle grotte. Delle pratiche esoteriche. E dei delitti d’antiche radici. “Napoli ha un’altra verità”, avverte De Giovanni, giocando abilmente con i misteri. E con le ombre del Male, iniziale maiuscola, proprio come quelle di Padre, Madre, Terra, Tempo, che animano il romanzo. Meno male che, tra tante suggestioni, resta comunque un filo d’ironia. La Napoli anima nera, nei suoi vicoli e nei suoi intrecci di violenza, affascina anche un famoso scrittore americano, come Jeffery Deaver, che proprio lì ambienta il suo nuovo romanzo, “Il valzer dell’impiccato” Rizzoli. Da New York arriva sotto il Vesuvio Lincoln Rhyme, il detective tetraplegico che migliaia di lettori hanno imparato ad amare fin dall’esordio ne “Il collezionista di ossa”. E con lui c’è come sempre la sua “sparring partner”, Amelia Sachs. Sulle tracce di un assassino che, per le sue vittime, intona una cupa melodia. Musica che sa di morte. 

E proprio della corda d’uno strumento musicale è intessuto il cappio abbandonato sul luogo del rapimento d’un uomo, dalle parti di Central Park. Unico bizzarro indizio. Che porta Rhyme e la Sachs a Napoli (ma anche a Capri e a Milano). Nella luce elegante del Vomero. E nei cunicoli che corrono sotto i quartieri popolari. Luoghi comuni (i panni stesi, le voci in dialetto, le rivalità tra gli investigatori italiani). E sorprendenti colpi di scena. Letteratura a parte, com’è davvero la città? Prova a raccontarlo Paolo Frascani, storico, in “Napoli-Viaggio nella città reale”, Laterza. È un “Giano bifronte”, tra nostalgie giacobine ma anche borboniche, tra degrado ambientale e sociale e nuove imprese hi tech. E “non si può ridurre a palcoscenico di sempiterne sceneggiate di camorristi e Pulcinella”. Esiste una “Napoli Gomorra”, cui non si reagisce abbastanza. Ma vive e cresce pure una metropoli orgogliosa, aperta al turismo internazionale, abile a trasformare le tradizioni (le manifatture artigiane della moda e dell’alimentazione) in innovazioni che trovano mercato. Una città “smart”. Dove la Apple insedia uno dei suoi maggiori investimenti europei. Città impoverita, simbolo del degrado di tutto il Sud? Certo. Ma anche “Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, rappresentate qui dalle sue ricchezze ambientali e artistiche”. Da valorizzare, con una sinergia originale tra poteri pubblici e imprese private. Una sfida possibile