Milano. 8 ottobre 2017 - Nel cuore del potere finanziario. E alla larga dai luoghi comuni. È la sintesi che descrive “La Mediobanca di Cuccia”, un’intervista concessa da Fulvio Coltorti, per molti anni direttore dell’Area Studi dell’istituto, a Giorgio Giovannetti e pubblicata da Giappichelli: un viaggio documentato e partecipe all’interno di una delle istituzioni che è stata crocevia essenziale di tutte le maggiori operazioni di riassetto e sviluppo del sistema imprenditoriale e finanziario italiano, sotto la guida di Enrico Cuccia, banchiere potente e personalmente integerrimo. Pubblici, gli azionisti di maggioranza (Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma). Privati, gli interlocutori ivilegiati e protetti, le grandi imprese Fiat, Pirelli, Olivetti, Montedison, etc. Con una caratteristica: essere “un centro di grandi competenze finanziarie al servizio delle imprese”. Con l’idea forte di sottrarre il nucleo forte dell’economia e Mediobanca stessa alle crescenti influenze della politica, sino alla privatizzazione dell’istituto. Attenzione “all’interesse comune”, ricorda Coltorti. E senso di responsabilità di Cuccia come un “civil servant”, con “uno stile e un rigore” che il settore pubblico tendeva a non avere. Un’esperienza irripetibile. C’è un cuore oscuro, nella finanza, accanto al senso positivo di un’attività che convoglia capitali verso le imprese, i consumi, lo sviluppo: l’avidità, il profitto a breve termine e a ogni costo. Su cui indaga, con severità e grande cultura, Marco Onado, economista, in “Alla ricerca della banca perduta”, Il Mulino. 

Sono un “esorbitante privilegio”, le banche e le società finanziarie affascinate dai “derivati” e disattente all’economia reale? La domanda con cui si apre il libro non ha risposte facili. Necessario, dunque, indagare su regole e uomini, distorsioni del debito, “psicopatologia delle banca quotidiana” e deliri d’onnipotenza dei banchieri, da “padroni dell’universo”. E capire come si possa “rimettere il genio nella lampada”: riforme, trasparenza, attenzione a imprese e risparmiatori e una chiara etica degli affari. Il buon banchiere non è mai rapace. Alcune radici della crisi attuale e alcune ipotesi di risposta possono essere utilmente cercate anche nella storia. Leggendo, per esempio, le pagine di “La difficile arte del banchiere” di Luigi Einaudi, Laterza. Riflessioni da economista con cultura politica liberale, ispirate da una robusta consapevolezza delle relazioni tra economia ed etica. Einaudi dal 1945 al 1948 è stato Governatore della Banca d’Italia, prima d’essere eletto presidente della Repubblica. E la sua lezione è ancora attuale: il banchiere “deve lottare… contro gli uomini non capaci e non probi, desiderosi del denaro dei suoi depositanti” e “valutare simultaneamente la capacità e l’onestà degli imprenditori affidati, le loro specifiche decisioni, le prospettive delle diverse imprese e dei rami d’industria”