Milano, 23 luglio 2017 - Avere cura del tempo. Perché significa aver cura di noi. Coscienza della memoria. Consapevolezza delle opportunità e variabilità. E forza per poter costruire un migliore futuro. “L’ordine del tempo”, scrive per Adelphi Carlo Rovelli, studioso severo con straordinarie capacità di divulgatore (già il libro è top nelle classifiche, come il precedente “Sette brevi lezioni di fisica”). E spiega in tre parti “lo sfaldarsi del tempo”, “il mondo senza tempo”, “le sorgenti del tempo”, a cominciare proprio dall’uomo che racconta di sé e scrive la storia. Si parla di fisica, naturalmente, con le trasformazioni analizzate da Newton ed Einstein, di “relatività”, meccanica quantistica e teorie sulla “gravità a loop”. E di filosofia, come strumento d’analisi e comprensione dei processi scientifici (la lezione di Heidegger, in primo piano). Il passato e il futuro hanno confini labili. “Il tempo sparisce”, nelle equazioni fondamentali della fisica contemporanea. Resta, però, nella poesia. E nel canto, che è “la consapevolezza del tempo”, come insegnava sant’Agostino, l’arte sfida il tempo. 

Il tempo, insomma, siamo noi stessi. Bisogna dunque imparare meglio a fare i conti con la contemporaneità. E con i suoi problemi. Come testimonia Thomas L. Friedman, editorialista del “New York Times”, in “Grazie per essere arrivato tardi”, Mondadori. Un viaggio, dal 2007 (l’anno precedente alla Grande Crisi, ma anche quello dell’inizio del successo dell’iPhone, di Amazon, Twitter e Facebook) sino a oggi. Innovazioni che migliorano la vita. E nuovi problemi determinati dalla potenza crescente delle tecnologie, dalla globalizzazione e dai cambiamenti climatici. Possiamo esserne travolti. O guidare le trasformazioni. Lo sguardo è quello di un illuminista consapevole. Il tempo vissuto frettolosamente chiede una coscienza lungimirante. Abitare il tempo è anche sfidare il senso di morte con la vita. Lo racconta Stefania Giannotti, architetta e cuoca, animatrice della cultura milanese, in “Troppo sale - Un addio con ricette”, Feltrinelli. Un “memoir”, che parte da un lutto terribile, la morte del figlio, appena un ragazzo, nell’estate del 1990 e continua con le riflessioni, negli anni, d’una donna che cerca, nella cucina, “la distrazione dalla morte”, “come se il nutrimento riparasse la morte: preparo il cibo per il corpo degli altri, lo nutro, trasformo la materia senza pensare ad altro. Mi dà vita e la trattiene quando tenta la fuga”. Ricordi. Nostalgie. E ricette: le minestre, gli antipasti, i primi piatti della tradizione italiana (i timballi dei Monzù borbonici e i pasticci di Ippolito Cavalcanti, ma anche i semplici paccheri con le alici), le carni, i pesci, i dolci. La cultura delle cucine regionali, il gusto delle caute innovazioni. Storia e tempi nuovi. Vissuti, giorno dopo giorno, in una delle migliori trattorie milanesi, il Ponte Rosso. Resta, il dolore. Non cancella la vita.