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L’amore di una figlia batte la malattia

La ragazza: "Lo rifarei"

Il calvario e la nuova vita di Gianni Fiorenza, pensionato dell’ospedale cittadino

Rossana con il padre Gianni Fiorenza (Orlandi)
Rossana con il padre Gianni Fiorenza (Orlandi)

Morbegno, 31 gennaio 2012 - È una bella storia che arriva da Campovico, una storia di doni e di amore familiare e universale che si distingue come esempio. A raccontarla è Rosanna Fiorenza, morbegnese, 36 anni, casalinga, sposata con Nicola. Fiorenza è una donna e una figlia coraggiosa ed esemplare, nello scorso maggio ha donato un lobo del suo fegato a suo padre Gianni, Giovanni Fiorenza, 67 anni, pensionato, una vita trascorsa lavorando nella Farmacia dell’ospedale di Morbegno. E una malattia che lo aveva colpito dal 2004, con la ferocia dei mali progressivi che attaccano gli organi importanti, intaccando funzionalità, cercando di portarti via la vita.

Il trapianto, ripetuto, nel 2011, e ora Gianni è dopo mille battaglie ancora vicino a sua figlia. Il ricordo è quello di un calvario: dopo il virus, la degenerazione dell’organo, infine il tumore. «Stavamo combattendo una guerra di avanguardia contro il male di mio papà fin dal 2004 – ha spiegato Rosanna – dopo i primi interventi diagnostici, il dottor Pierpaolo Parravicini, aveva nel 2005 sperimentato, per contrastare l’aggravarsi del problema, una cura innovativa. Ed era servita, ma non era stata risolutiva. Aveva fermato la progressione, ma il fegato era molto compromesso. Nel 2008 venne diagnosticato il tumore, la risposta alla radioterapia fu positiva, ma i clinici ci tennero in guardia, restava un nucleo potenzialmente ancora aggressivo. Fu lì che cercai di venire a conoscenza di ulteriori possibilità di guarigione».

Rosanna passa dal consulto con i medici alle notti trascorse insieme al marito su internet. E’ venuta a sapere che esiste la possibilità del trapianto di organo da donatori viventi: si informa, lei e Luciano scoprono che a Niguarda, Milano, nel grande ospedale all’avanguardia, questo intervento lo fanno. E si tiene pronta. «Io – ha spiegato la donna – l’ho fatto e lo faccio e lo rifarei, per egoismo: non vedo la mia vita senza mio papà, non ne potevo accettare il distacco. Siamo andati a Niguarda, dai medici, l’epatologo Claudio Zavaglia; dal direttore del reparto, il dottor Giovambattista Pinzello, è cominciato il monitoraggio, e il tumore che si era placato è stato fermo fino all’ottobre 2010». Poi l’intervento nel maggio scorso.

di Danilo Rocca

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