Baranzate (Milano), 7 gennaio 2017 - «Sveglia alle 7 e caffè per tutti: è la mia specialità». Cominciano così le giornate di don Paolo Steffano, il parroco del sant’Arialdo di Baranzate, paese di 12 mila anime alle porte di Milano dove il 25% degli abitanti è straniero. A fine 2017 il prete ha ricevuto l’onorificenza dal Capo dello Stato, Mattarella: «Per il suo contributo a favore di una politica di pacifica convivenza e piena integrazione degli immigrati nell’hinterland milanese». Tutti lo conoscono, è «il prete di periferia» che ha saputo realizzare l’oratorio più multietnico d’Italia.

«Un laboratorio pastorale - puntualizza lui -. Non sono un assistente sociale, qui sono il parroco». Le sue giornate? «Mai uguali. Non ho un minuto libero, se penso a quando era arrivato 14 anni fa, all’inizio stavo alla finestra a osservare il quartiere, mi sono fatto un bagno di realtà prima di cominciare. Le idee le avevo chiare allora come oggi: passare da una chiesa delle riunioni a una delle relazioni».

Eccola via Gorizia: negli anni Sessanta arrivano le industrie, i migranti dalle regioni del Sud e più tardi gli stranieri che facevano affari d’oro con i loro negozi. Oggi le saracinesche sono abbassate, la piazza è vuota, le vetrine murate e i negozi convertiti ad appartamenti. Si fa il giro del quartiere? 3800 persone, sembra una casbah: il costruito è ovunque, urbanizzazione selvaggia datata prima della separazione dal Comune di Bollate nel 2004. Il don per strada lo fermano, lo salutano in continuazione e lui risponde a tutti. Di famiglia borghese, classe ‘65, don Steffano non è cresciuto in mezzo alle difficoltà con cui si misura ogni giorno. Studi classici «ma sento di avere uno skill familiare: tanto lavoro e volontà di provare sempre a realizzare quello in cui credi». Il più grande successo? «Sentirmi baranzatese, il prete di un popolo. Per riuscirci ci è voluta grande fatica».

L'obiettivo qui non è convertire: «Tu fai il buon musulmano, io mi occuperò di fare il buon cristiano, dico a chi incontro di un’altra religione». Le giornate finiscono tardi: «Non sono mai solo. C’è sempre qualche anima da aiutare». Poi la sera, dopo la preghiera, dopo tanto fare qualche attimo lo ruba per studiare, scrivere, «pensare a domani». Via Gorizia è attaccata a Quarto Oggiaro, la linea di confine è il muro dell’ospedale Sacco che scorre dietro la casa parrocchiale e prosegue lungo la via con un altro muro, quello della concessionaria di auto che per difendersi dai furti sulla cinta di mattoni ha messo metri di filo spinato. Palazzoni, uno appiccicato all’altro, fra i pochi negozi ancora aperti ci sono quelli della parrocchia.

Di qua l’hinterland, di là la periferia della metropoli. «Baranzate non è solo immigrazione, qui si vive a tutti i livelli che non vuol dire affrontare solo il problema dell’integrazione, della ricerca del lavoro, del degrado, dell’inclusione, ma anche vivere come una grande famiglia, per provare a dire che per alcune cose in via Gorizia si sta bene. Settantadue etnie da far convivere, siamo partiti dall’oratorio che è laboratorio sia di lettura della società, sia pastorale di evangelizzazione. Detto in altre parole? I poveri e il Vangelo camminano insieme».

La sartoria, il negozietto, l’associazione multitasking La Rotonda, mille idee in campo perché come per tante famiglie anche in parrocchia a fine mese si fatica a far quadrare i conti. Ma debiti a Sant’Arialdo non ce ne sono. «Si fanno rinunce. E poi c’è chi ci sostiene, non in un’ottica assistenziale ma giocando con noi le nostre carte migliori«. Da questo impegno sono nati Braccio di Ferro, Fiori all’occhiello e molto altro. Un salto dentro al laboratorio di sartoria, poi rientriamo: gli impegni lo chiamano. Passiamo davanti al campetto da calcio dell’oratorio attrezzato dalla Barilla. Ci vengono a giocare anche gli studenti dell’International School, la scuola dei vip a 100 metri da via Gorizia. Il campetto della super scuola non basta: troppi iscritti e così si appoggiano al Sant’Arialdo, giocano in divisa, con le guardie del corpo a protezione «altrimenti dai palazzoni (15 piani) gli tirano giù i sassi».