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Dervisci e affini: Battiato, musica per immagini

"Jonia me genuit", prima antologica del cantautore siciliano che mette su tela il suo mondo immaginifico, tra auree orientali e sufi in meditazione

Un concerto di Franco Battiato (Foto di Tania Bucci/New Press Photo)
Un concerto di Franco Battiato (Foto di Tania Bucci/New Press Photo)

di Gian Marco Walch

Pavia, 1 settembre 2013 - Neppure i curatori della mostra, Giuliano Allegri e Giosuè Allegrini, sapevano ieri mattina di quali opere Franco Battiato arricchirà all’ultimo momento, al suo arrivo a Pavia, «Jonia me genuit», la prima grande antologica dedicata al cantautore siciliano che si apre oggi nelle sale di Palazzo Broletto. Opere pittoriche: quadri e soprattutto grafiche costituiscono probabilmente il cuore più prezioso dell’esposizione, che, in quattro sezioni, grazie a collezionisti come Vincenzo Viscuso, racconta l’universo di uno degli artisti italiani più eclettici.

Cantautore per i più, certo, Battiato. Ma anche, appunto, pittore. Anzi, come, nel catalogo pubblicato dalle Edizioni della Bezuga, sottolinea Elisa Gradi, «uomo che dipinge». Che affida ai colori quei temi onirici che animano le sue canzoni: dervisci danzanti, sufi in meditazione, personaggi in auree orientali, liberi dalle «correnti gravitazionali» del tempo e dello spazio, approdati alla conoscenza delle «leggi del mondo», capaci di dispensare, nel frastuono dei giorni, «il silenzio e la pazienza».

«La colonna sonora della mia vita - ha spiegato una volta lo stesso Battiato - accompagna anche le immagini del mio atelier. I ritratti rappresentati nei miei dipinti appartengono a uomini e donne di quel Mediterraneo navigato da guerrieri e schiavi, regine e mercanti, predicatori e filosofi. Sono tutte immagini moderne di volti antichi, impreziosite da fondi dorati, che cercano di attenuare umane inquietudini».

Precisazione ulteriore: «Ho usato una nuova tecnica: dipingere sulla doratura e non dorare l’opera in un secondo momento». Nella pittura Battiato debuttò attorno al 1990, ai tempi di «Come un cammello in una grondaia»: l’album, il suo sedicesimo, che doveva il titolo ad Al-Biruni, scienziato persiano vissuto nel XII secolo, presentava in copertina un particolare di un dipinto di un misterioso Suphan Barzani. Che altri non era se non Battiato, quasi emulo, nella scelta di un suo «doppio» artistico, di numi consacrati del calibro di Alighiero Boetti.

Quasi una scommessa, la pittura, per Battiato: «Pensavo che la mia incapacità nel disegno dipendesse dalla mancanza di una naturale predisposizione. Per analizzare praticamente questo genere di chiusura iniziai a dipingere per pura sfida: questa terapia riabilitativa mi sta privando di quel difetto». Stilettata: «Pilastro di certa consacrata pittura moderna».

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