Pavia, 31 dicembre 2017 - E' IL cardiotrapiantato più antico e più longevo non solo d’Italia ma d’Europa e il secondo del mondo. Ha superato una terribile infezione polmonare e un trapianto di rene un anno fa. È scampato a un incendio mentre era in vacanza sul Gargano. Gian Mario Taricco, 52 anni, dal 1985 vive con un cuore nuovo, trapiantato a Pavia, alla divisione di cardiochirurgia del Policlinico San Matteo, da Mario Viganò e dal suo team. Il secondo trapianto cardiaco in Italia, tre giorni dopo quello di Ilario Lazzari, a Padova. Cuneese di Dogliani, Taricco abita con la moglie e i due figli a Mondovì. È impiegato di banca. 

Gian Mario Taricco, come è iniziata?
«Nel giugno del 1985. Erano dieci anni che giocavo a calcio. Ero iscritto a Giurisprudenza a Torino. Incominciai ad avere problemi di respirazione di giorno e poco dopo anche di notte. All’ospedale di Mondovì bastò una lastra per scoprire che il mio cuore era il doppio del normale. In settembre avevo fatto le visite per il calcio. Tutto perfetto. Avevo giocato per mesi con il cuore in quelle condizioni. Venni ricoverato a Cuneo e a metà ottobre in cardiochirurgia a Pavia. Non respiravo più, in piedi, sdraiato, seduto».

E aspettava.
«Ero in lista per il trapianto a Montecarlo e a Lione. In Italia non c’era ancora una normativa, arrivò il 14 novembre. Fu operato un uomo di Padova. Tre giorni dopo venni io. Ancora 48 ore e non sarei qui a raccontarlo. Vivevo attaccato alla flebo. Nei dieci secondi per staccarne una e attaccare la nuova smettevo completamente di respirare».

Pensò alla morte?
«Mai. Avevo vent’anni, non mi rendevo conto. Pensavo che prima o poi l’avremmo aggiustata. I miei genitori sapevano tutto e soffrivano molto più di me».

Quando seppe del trapianto?
«Guardavo ‘La domenica sportiva’. Si presentò il professor Salerno, primario della terapia intensiva: ‘Ci siamo, è arrivato il cuore da Magenta’».

E al risveglio? 
«La prima cosa: ‘Che bello, sto respirando’. Come se fossi riemerso dopo essere rimasto sott’acqua in apnea. Come se fossi uscito da una scatola. Riconobbi il professor Viganò dagli occhiali. Ricordo la sete tremenda. Non potevo bere perché prendevo diuretici a tutto andare. Mi mettevano sulle labbra delle garze imbevute d’acqua. Ma il respiro libero mi aiutava».

Quando seppe del suo donatore? 
«Si chiamava Andrea Orlandi, di Magenta. Aveva 14 anni. Era morto quella domenica in un incidente col motorino. I miei genitori andarono al funerale e conobbero quelli del ragazzo, che chiesero di venirmi a trovare. Vennero otto o dieci giorni dopo il trapianto. Sono rimasto in rapporti con loro fino a quando non sono mancati. Li mantengo con il fratello e la sorella di Andrea. Ho chiamato Andrea il mio primogenito».

Il decorso post operatorio fu molto critico. 
«Avevo 41.2 di febbre per una infezione polmonare provocata dall’aspergillosi. L’infettivologo Lorenzo Minoli trovò un farmaco contro l’infezione fungina. Nel febbraio dell’86 venni dimesso. Però il fungo era passato alla colonna vertebrale. In maggio ritornai a Pavia, nella clinica delle malattie infettive. All’inizio di luglio mi operarono. Avevo il 50 per cento delle possibilità di camminare ancora. Il 2 agosto uscii con un busto di alluminio».

E da allora? 
«Un lento ritorno alla vita. Nell’estate dell’87 tolsi il busto. Nel febbraio del ‘92 la laurea in legge. Nel ‘95 il matrimonio. Nel ‘98 il primo figlio, tre anni dopo il secondo. Con sempre vicino i farmaci antirigetto, i miei compagni di vita».

Non era finita.
«Pare che sia stato l’accumulo di farmaci a rendere necessario il trapianto di un rene. L’ho ricevuto il 12 dicembre dello scorso anno alle Molinette di Torino. Era quello di un uomo di 43 anni, di Cremona».

Cosa l’ha sostenuta in trentadue anni?
«La fede. La famiglia. Il professor Viganò, grande amico. Lo sport mi ha insegnato a non arrendermi mai».

Si sente un sopravvissuto?
«Assolutamente sì. A maggior ragione dopo il rene. Non avrei mai pensato a un secondo trapianto. Certo che sono un sopravvissuto. Alla grande».