Garlasco, 25 gennaio 2017 - Storia di una investigazione. È riassunta nelle dieci pagine dell’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Brescia ha dichiarato il “non luogo a provvedere” per la revisione del processo ad Alberto Stasi. “No” motivato in assenza di una richiesta formale da parte della difesa.

Il 13 dicembre 2016 i difensori di Stasi (condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto 2007, a Garlasco) depositano alla procura generale una istanza a cui è allegata la relazione di un’agenzia di investigazioni private di Milano. Vengono trasmesse alla procura di Pavia e alla Corte d’appello di Brescia. L’agenzia esamina persone che gravitavano attorno Chiara e al fratello minore, Marco. L’attenzione si appunta su Andrea Sempio (oggi iscritto nel registro degli indagati a Pavia), amico di Marco Poggi. È stato ascoltato dai carabinieri il 18 agosto del 2007 e il 4 ottobre dell’anno dopo, quando ha consegnato lo scontrino di un parcheggio di Vigevano, emesso la mattina dell’omicidio. 

Annota la Corte d’appello: «Nella relazione della società investigativa si dà conto che risultava “quantomeno sorprendente il maniacale ordine nel conservare - perfettamente integro - uno scontrino di parcheggio dell’anno prima”, sia il perfetto ricordo dei movimenti effettuati da Sempio il giorno dell’omicidio da parte della madre e dell’anziana nonna (classe 1929)». L’utenza mobile del giovane compare a Garlasco sia alle 9.58 sia alle 11.10 del 13 agosto 2007. I detective esaminano il suo profilo Facebook. Il 17 dicembre 2014 (condanna di Stasi in appello) viene postata una vignetta con riferimenti al “Piccolo principe”, lettura preferita di Alberto. Il 13 dicembre (Cassazione) è pubblicato un graffito paleolitico, nelle grotte di Altamura, in Spagna, che raffigura un sacrificio animale. Inizia il pedinamento. Andrea si divide fra casa e lavoro. Si cerca di «reperire oggetti incustoditi e cestinati sui quali può esserci il suo Dna». Sono un cucchiaino da caffè e una bottiglietta d’acqua, dai quali l’istituto di medicina legale di Ferrara estrae il Dna dai reperti salivari. Incaricato dalla difesa, il biologo forense Pasquale Linarello effettua la comparazione: esisterebbe «perfetta compatibilità» fra il cromosoma Y prelevato dai due oggetti e quello che il perito De Stefano ha estrapolato da due dita di Chiara.