Garlasco, 12 agosto 2017 - La vita continua, continuerà, giorno dopo giorno, nel villino di via Pascoli a Garlasco. Piuma, una delle gatte di Chiara, ha smesso di aggirarsi. È rimasta Mimù, unica, muta testimone di una tragedia. Rita Preda, la madre di Chiara Poggi. Le cose che dice nei giorni dell’anniversario, in fondo, non sono molto diverse da un anno all’altro. Eppure dette da lei, con quel tono particolare misto di dolcezza e forza che abbiamo imparato a conoscere, ogni volta suonano nuove. Domani saranno dieci anni da quel pigro pomeriggio pre-ferragostano del 13 agosto del 2007, quando Alberto Stasi ritrovò la fidanzata Chiara, massacrata, sulle scale della tavernetta di casa.

"Sembra ieri, ma sono passati dieci anni. Ricordo ogni cosa. Quando ho visto Chiara per l’ultima volta. La partenza per la nostra vacanza a Falzes, in Trentino, con mio marito e mio figlio Marco. L’ultima telefonata che le ho fatto, domenica sera. La chiamata dei carabinieri che ci dicevano di tornare a Garlasco". Ma adesso è finita, signora Poggi. "Non ci penso. Non voglio pensare a cosa sono stati dieci anni. C’è una sentenza definitiva, la giustizia aiuta. Ma non voglio pensare a niente, a nessuno, solo a Chiara. In questi giorni c’è solo il ricordo di mia figlia". Anche oggi mamma Rita dialogherà con Chiara, nel piccolo cimitero di Pieve Albignola. Lo ha fatto ieri, lo farà domani. Cosa le dirà? "Quello che le ho sempre detto: continua a guardare giù e a darci una mano come hai fatto in questi anni. So che ci sarai sempre".

Chiara Poggi sarà ricordata domani alle 18 con una messa nella parrocchiale di Garlasco. Dieci anni. Il fermo di Alberto Stasi, scarcerato pochi giorni dopo dal gip Giulia Pravon. L’assoluzione pronunciata in primo grado dal gup di Vigevano, Stefano Vitelli, ribadita in Appello. La Cassazione annulla la sentenza e rimanda il processo a Milano. La condanna a 16 anni confermata dalla Suprema Corte. Fine del sogno di libertà per l’ex bocconiano. Un percorso giudiziario, lungo, tormentato. Dice un investigatore, da subito in prima linea nelle indagini: "Il castello accusatorio si è mantenuto fino ad ora. Tutti gli elementi raccolti nella prima fase, ancora prima dell’intervento del Ris, sono stati convalidati dalla Cassazione: la camminata di Alberto Stasi, le macchie di sangue che non potevano non sporcare le suole delle scarpe, le verifiche sull’attendibilità delle dichiarazioni. Mancò la bicicletta di Stasi, ma sappiamo che l’inquirente che se ne occupò al tempo è stato denunciato e poi condannato in primo grado a due anni e sei mesi per falsa testimonianza".

Un avvio di indagini accidentato e criticato: la tomba della vittima fatta riaprire perché non erano state prese le impronte digitali, non si trovò una bilancia e il cadavere non venne pesato, il computer di Stasi acceso ancora prima di essere consegnato al Ris per la consulenza, con la conseguente perdita di molti file. "Alcune cose possono colpire a livello mediatico. Gira e rigira si finisce sempre per tornare sugli investigatori. Ma c’erano compiti che non erano della polizia giudiziaria. Le mani di Chiara Poggi vennero imbustate sul posto. Il corpo fu portato all’obitorio. Certo che i rilievi dattiloscopici andavano eseguiti. Certo che se non c’erano bilance a Vigevano si doveva cercarne una altrove, a Pavia, a Milano. Ma non era nostro compito disporre tutto questo. Quanto al pc, solo in seguito è stato imposto da una norma giuridica che il sequestro di materiali informatici deve essere eseguito in un determinato modo. All’epoca non c’erano le conoscenze tecniche di oggi. Quella mattina Stasi non era ancora indagato, era il fidanzato che aveva rinvenuto la fidanzata morta. Chiese e ottenne di poter scaricare la tesi di laurea dal pc. Oggi non sarebbe più possibile".