Voghera (Pavia), 12 ottobre 2017 -  «Con un'ora di paura sono entrati 15.000 euro». Il boss Marco Ferrentino divise il denaro, il risultato dello spaccio di droga, tenendo per sé 6.000 euro: «Sono per i carcerati». È uno degli episodi, del 2014, che Giuseppe Dimasi, 29 anni, ha raccontato in questi mesi da collaboratore di giustizia. Dimasi, così come Ferrentino, era stato arrestato a novembre 2016 nell’ambito dell’operazione Lex della Dda di Reggio Calabria, che portò a indagare 41 persone accusate di far parte della «locale» ’ndranghetista di Laureana di Borrello, formata dai clan Ferrentino-Chindamo e Lamari. Otto persone furono arrestate a Voghera, dove l’organizzazione si era insediata.

Dalle parole del pentito emergono i meccanismi di radicamento e i metodi per fare affari. La famiglia Chindamo-Ferrentino volse gli occhi all’Oltrepò Pavese nel 2013. Lo racconta Dimasi: «Ho portato io Marco a lavorare a Voghera. Io non appartenevo a una famiglia di ‘ndrangheta», si legge nelle carte. Dimasi si trasferì a Voghera a 13 anni: «Ho compiuto atti di bullismo e sono stato arrestato. Ho trascorso in carcere 11 mesi e poi un periodo di arresti domiciliari». Poi ha iniziato a lavorare come artigiano con la ditta Dimasi costruzioni: «I miei problemi con gli istituti bancari si registrarono verso la fine del 2012». Nell’agosto 2013 trascorse un periodo in Calabria, dove incontrò Marco Ferrentino, nipote dei boss Chindamo.

A Laureana l’attività imprenditoriale di Dimasi era nota, finanziava anche feste patronali: «A Marco raccontai dei miei problemi. Mi propose di aprire una società con un prestanome che avrebbe trovato lui. Io colsi la palla al balzo». Il parente Francesco Lamanna cercava lavoro e così fu usato come prestanome. In cambio «avrebbe ricevuto un compenso di 2.000 euro al mese, nonché vitto e alloggio pagati». Nella nuova azienda, il boss Ferrentino «figurava come dipendente a tempo indeterminato». Un giorno, il boss disse a Dimasi: «Ora ci troviamo il lavoro». Si rivolse - dicono le carte - agli amici Tonino Digiglio e Nico Chindamo, avvocato di Milano, che Ferrentino si vantava di «tenere per le palle». Il primo incarico degli imprenditori edili fu la ristrutturazione dell’ufficio del legale. Ma trovare lavori non era semplice. Servivano aiuti «in alto».

La politica. Tra gli arrestati del novembre 2016 figura Tonino Digiglio, detto U liraru. Aveva il compito di intrattenere rapporti con i politici. In particolare, con l’ex assessore comunale di Laureana, Vincenzo Lainà, anch’egli indagato. Dimasi lo accusa: «Truccava le gare. Apriva prima le offerte e comunicava l’esito a Marco Ferrentino e Tonino Digiglio, affinché potessero regolarsi di conseguenza». Al Nord, un candidato alle elezioni comunali di Voghera subì un’estorsione da parte di Marco Ferrentino per un affare edile andato male. Alle elezioni «solo io l’ho sostenuto», ha spiegato Dimasi.

La guerra del riso. La United seed’s keeper era di Marco Ferrentino, Dimasi e dell’imprenditore Fabio Aschei, anch’egli indagato. Aschei con una sua società poi fallita «aveva trovato una molecola che voleva brevettare e riusciva ad ottenere attraverso un procedimento industriale la vitamina A. Era andato a parlare anche con Formigoni», spiega Dimasi. Aschei «era scomodo agli altri industriali perché aveva trovato il modo per arricchire con questa formula il riso». Volendosi buttare nel business per recuperare la società, Dimasi intrecciò una trattativa con le riserie mantovane Roncaia. Spiega: «Trovammo ostruzionismo da parte della ditta Curti Riso, che mandava minacce indirette ai Roncaia, in quanto interessati all’appalto Agea Roma», con cui i Roncaia «avevano stipulato un contratto». Dimasi e Aschei dovevano portare il riso dal Libano, ma la merce si deteriorò. Sorse una discussione tra i Roncaia e i due e in seguito, da Aschei si presentarono soggetti «che si atteggiavano da ‘ndranghetisti, uno di loro lavorava all’Agenzia delle dogane a Piacenza». Riguardo alla ditta di Aschei, «gli altri cartelli rappresentati da imprese del riso avevano interesse a rilevare la ditta a prezzi irrisori e io sono arrivato a formulare minacce affinché ciò non avvenisse», si legge nelle carte.