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La croce di papa Francesco è opera mia: che emozione

Giuseppe Albrizzi l’ha creata nel Pavese

Il mondo l’ha fotografata raccontando che fosse realizzata in ferro a simboleggiare il desiderio di una Chiesa povera. Giuseppe Albrizzi, 63 anni, però sa che la croce pettorale indossata da papa Francesco non è di ferro: è d’argento

di Manuela Marziani

Giuseppe Albrizzi, l'artigiano che ha creato la croce di Papa Francesco (Torres)
Giuseppe Albrizzi, l'artigiano che ha creato la croce di Papa Francesco (Torres)

Pavia, 20 marzo 2013 - Il mondo l’ha fotografata raccontando che fosse realizzata in ferro a simboleggiare il desiderio di una Chiesa povera. Giuseppe Albrizzi, 63 anni, però sa che la croce pettorale indossata da papa Francesco non è di ferro: è d’argento. Chi meglio di lui può essere a conoscenza di certi dettagli? Nessuno, visto che proprio l’artigiano pavese specializzato in oggetti e arredi sacri è colui che ha realizzato la crezione in un laboratorio aperto nella Bassa, in un paese che non raggiunge i 6mila residenti.

 

Com’è nata la croce che oggi è la più importante del mondo? "È stata disegnata dal mio maestro ed ex datore di lavoro, Antonio Vedele, per il quale ho lavorato fino al 1978 — racconta l’artigiano pavese —. Sulla base di quel bozzetto, io l’ho realizzata. È stato lo stesso Vedele, nel 1997, quando chiuse il laboratorio di Milano, a regalarmi la creazione da lui realizzata, che io ho cominciato a commercializzare, insieme a molti altri arredi sacri che modello e produco personalmente. Vedele è venuto a mancare nel 1998, ma mi ha lasciato un’eredità di insegnamenti. Gli sono grato per tutto quello che mi ha dato».

Come nasce una croce come quella di Papa Francesco?
«Prima si realizza la fusione a cera persa, quindi viene limata, sbavata, pulita e argentata con un bagno galvanico che può essere realizzato in argento o d’oro. La croce pettorale è nata così».
 

Qual è il suo significato?
«Il buon Pastore che conduce il gregge e porta un agnello sulle spalle pesa 80 grammi. È importante per il suo significato».
 

Come sarà arrivata sul petto del Papa?
«È probabile che l’abbia acquistata a Roma o che qualcuno gliel’abbia regalata, trovandola in qualche esercizio commerciale. Fornisco negozi di tutta Italia e non solo. Le mie opere sono in Spagna, Germania, Francia, Belgio, Austria, Polonia».
 

La sua azienda, fondata oltre trent’anni fa, produce calici, ostensori, pastorali, e anelli vescovili in metallo. Ha prodotto altri oggetti destinati a cardinali e Papi?
«Sarebbe troppo lungo fare l’elenco delle mie creazioni. Posso citare solo le principali: anche il Pastorale usato da Bergoglio quando era cardinale è un mio oggetto. Inoltre, avevo realizzato il Calice del Giubileo del 2000, dono degli orafi di Milano al cardinale Martini. In quell’occasione furono gli orafi milanesi a contattarmi per realizzarlo, sulla base di un disegno da loro creato. Anche la Croce pettorale che indossa il cardinal Bertone è stata disegnata e prodotta da me, così come il Pastorale del cardinal Ruini».
 

Lei ama molto il suo lavoro. Come ha cominciato?
«A 15 anni, andando nel laboratorio Vedele di Milano, dove cercavano un garzone. Lì ho imparato ad amare un mestiere che non ho più abbandonato. Dal 1978 ho aperto il mio laboratorio e vado avanti».
 

Con lei lavora suo fratello Giampaolo e un ragazzo.
«È un mestiere difficile da imparare. Ci vogliono diversi anni per essere in grado di saper produrre queste opere. Con noi c’è un ragazzo musulmano, Hosni, che si è innamorato di questa arte. Anche se è importante conoscere la simbologia religiosa, la Bibbia, la Liturgia. Senza queste basi, si rischia di creare oggetti che non hanno alcun un senso».
 

Con il lavoro che svolge lei sarà di casa in Vaticano.
«No, per niente. Non ho mai incontrato un Papa o un cardinale, un po’ me ne dispiace. Quando, però, vedo in televisione o sui giornali che indossano una mia creazione, sono felice. E lo sono stato ancora di più una settimana fa. Quando il Papa si è affacciato al balcone di piazza San Pietro appena eletto, per me è stato un po’ come essere presente...».
 

manuela.marziani@ilgiorno.net

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