Pavia, 22 gennaio 2013 - Nata a Bergamo nel 1986, Giulia Biffi è entrata in collegio 19 anni dopo. Nel 2008 ha conseguito la laurea triennale in Biologia Molecolare con 110 e lode, votazione confermata anche in occasione della laurea specialistica in Biologia Sperimentale e Applicata, indirizzo in Biologia Molecolare e Genetica conseguita nel 2010 con la professoressa Elena Giulotto con una tesi sul “Ruolo della metilazione del Dna nella trascrizione dell’RNA telomerico”. Grazie al suo impegno e alle sue capacità, nel 2008 e nel 2009 Giulia ha vinto una borsa di studio del collegio Ghlislieri per trascorrere un periodo al St John’s College di Cambridge. E proprio a Cambridge ora sta svolgendo il suo dottorato.

Stesso laboratorio 60 anni dopo. Lì dove James Watson e Francis Crick scoprirono il segreto della vita, la doppia elica del Dna, ora una ricercatrice italiana ha dimostrato per la prima volta l’esistenza in cellule umane di un Dna a quadrupla elica. È la 26enne Giulia Biffi, alunna del Ghislieri, che ha pubblicato il suo studio su “Nature Chemistry”.

Giulia, ci parla della sua scoperta?
«Ho visto nelle cellule umane queste strutture “cuboidali” chiamate “G-quadruplex” (G sta per guanina, una delle basi del Dna) — racconta la biologa molecolare di 26 anni, che si trova a Cambridge per il dottorato —. Sono strutture secondarie alternative alla doppia elica che sono state studiate in provetta per anni. E dal momento che una volta formate sono molto stabili in condizioni fisiologiche si ipotizzava potessero formarsi anche in cellula. Ora sappiamo che si possono formare, ma è solo l’inizio. Scoprire o meno se abbiano una funzione sarà la parte difficile».

Come ha fatto a “scovarle”?
«Ho ingegnerizzato un anticorpo che lega queste strutture e l’ho utilizzato con una tecnica chiamata immunofluorescenza che ha permesso di visualizzarle in cellule umane».

Si parla di una scoperta importante nella lotta contro il cancro.
«Voglio essere chiara su questo punto: la scoperta di queste strutture in cellula è solo l’inizio. Non sappiamo ancora se possano essere considerati biomarkers ad esempio in cellule tumorali. Quello che sappiamo è che sembrano formarsi soprattutto durante la replicazione del Dna. Potenzialmente se queste strutture si formano soprattutto durante la replicazione del Dna, allora “targettarle” con delle small molecules potrebbe avere effetti anti-proliferativi più significativi per quelle cellule che replicano continuamente, come quelle tumorali. Questa scoperta apre a un ventaglio di possibilità nuove, ma ora sono solo possibilità, abbiamo ancora molto lavoro da fare».

Come mai si trova a Cambridge?
«Tra il primo e secondo anno di laurea specialistica ho vinto una borsa di due mesi dal collegio Ghislieri. Ho sfruttato questa possibilità per contattare un professore del dipartimento di Chimica, Shankar Balasubramanian, che si stava occupando di un progetto che mi interessava. In questo laboratorio ho lavorato per due mesi. Un’esperienza incredibile che mi ha convinto a tornare a Cambridge, e in particolare in quello stesso laboratorio, per il dottorato».

Dopo la pubblicazione del suo lavoro, quali prospettive si aprono per la sua carriera?
«Continuerò a lavorare come ho fatto fino ad ora.. Per quanto riguarda la carriera, avevo già in progetto di andare a fare un post-dottorato in America e se possibile tornare poi in Inghilterra per continuare una carriera accademica e la ricerca sul cancro».

Un altro “cervello” italiano in fuga?
«Purtroppo in Italia mancano i finanziamenti e la figura del ricercatore non è apprezzata a tutti i livelli».

Vorrebbe rientrare in Italia?
«Al momento non contemplo questa possibilità».

Da Cambridge come vede la ricerca italiana e la nostra università?
«La situazione dell’Università italiana è sempre più minata dalle politiche di governo e dai tagli alla ricerca».

Lavorare a Cambridge è molto diverso rispetto a Pavia? «È diverso nel senso che in Inghilterra, avendo a disposizione molti più fondi, tutto è più rapido. Le risorse che sono a disposizione a Cambridge sono la ragione principale per cui viene portata avanti una ricerca ad altissimi livelli».

Da “grande” vorrà continuare a fare la ricercatrice?
«Assolutamente. E arrivare ad avere un mio laboratorio».

manuela.marziani@ilgiorno.net