Salti mozzafiato alla kermesse brianzola
Due giorni con la tribù dello skate
Birra, concerti e tavole a rotelle, cornice a un gruppo di appassionati, dai 6 ai 50 anni, radunati nel tempio di Velate, il "Bonassodromo", in onore di Max Bonassi, pioniere della disciplina che sei anni fa ha costruito la rampa
di Marco Dozio
Usmate Velate, 21 settembre 2009 - Una tribù pacifica con capi, templi, riti e linguaggi. Da due giorni si è radunata nel tempio di Velate, il cosiddetto "Bonassodromo", in onore di Max Bonassi, pioniere della disciplina che sei anni fa ha costruito la rampa a un passo dallo stadio.
È lui l’indiscusso capo della tribù degli skaters che in questo fine settimana ha celebrato "Un tranquillo week-end da paura", quinta edizione della kermesse brianzola, tra birra, concerti e tavole a rotelle. Un immersione nel mondo dello skate e dei suoi riti: come battere la tavola a terra per applaudire un’acrobazia.
E poi i linguaggi: i "Tricks", le manovre di precisione ed equilibrismo, "Ollie", un’evoluzione inventata 40 anni fa in Florida, e ancora "Grab", "Flip" e "Stall", salti e movimenti con rotazioni di 180 gradi.
Una tribù che in Lombardia dal 1979 ha in Bonassi il capo riconosciuto da tutti, tanto da dedicargli la struttura di Velate. Una gara semi clandestina a Monza, 30 anni fa, segna il debutto dello skate dalle nostre parti.
Bonassi c’era. E pochi anni più tardi, nel 1985, costruisce una rampa nell’Autodromo, dietro al paddock: "L’hanno bruciata dei vandali nel 1990", dice mentre un altro skater lo indica: "è stato un grande campione". Lui si schernisce: "Ma all’epoca eravamo ancora in pochi, al massimo una ventina di skaters in tutta Italia".
Parla del legame di fratellanza che unisce gli appassionati, del senso di libertà come cifra della filosofia skate. Ora ha 46 anni, famiglia con bambine, e una ditta di abbigliamento in stile skate, a Milano, nell’ex cinema Istria. Anche lì non ha resistito alla tentazione di piazzare una bella rampa. Mentre Bonassi racconta, bambini di otto o dieci anni viaggiano sulla tavola vicino al palco. Carlo, Glauco e Luca, i primi due di dieci anni, l’ultimo di sei.
Brianzoli di Missaglia e abituali frequentatori del "Bonassodromo": le mamme li sorvegliano come fossero ai giardinetti tra lo scivolo e l’altalena: "Vieniamo qui spesso di domenica, è un posto tranquillo e loro si divertono".
Sulla rampa le evoluzioni corrono veloci, lo speaker chiama gli skaters, nomi d’arte soprattutto, e loro si lanciano. Si allenano per la gara in programma oggi, ultimo giorno della kermesse. La stereo stacca sui Beastie Boys, rap condito dalle chitarre, e attacca con i Foo Fighters, hard rock scanzonato.
Kentar, nome d’arte di un tecnico informatico valtellinese, ha appena finito l’esibizione. Ha 39 anni ed è un patito dello snowboard, anche lui pionere agli inizi degli anni Novanta. Indossa occhiali senza lenti, bretelle e un cappellino con il cartello del prezzo ancora attaccato: "Sono stato uno dei primissimi a portare la tavola sulla neve, la gente ci guardava strano".
Poi si è dato allo skate da strada, con qualche modifica bizzarra: "Ho messo gli attacchi dello snowboard sullo skate e mi trovo bene". Consegna un dvd con le sue acrobazie, dentro e fuori le rampe, e ribadisce la filosofia della tribù: "Qui c’è davvero libertà, sali sulla tavola e cancelli i problemi, nessuno impone nulla e il clima di amicizia è sempre fantastico, anche tra sconosciuti".
Più che uno sport dunque, un autentico stile di vita. Bonassi ne è convinto: "Vogliono ingabbiare lo skate dentro delle regole anche sportive. Sono contrario, bisogna mantenere lo spirito originario, siamo nati in strada per essere liberi".
Niente eccessi agonostici, per lui la ribalta olimpica sarebbe negativa: "Ci sono delle proposte in merito, ma penso che lo skateboard non debba andare alle olimpiadi, è meglio restare nelle strade".
Marco Dozio
