Monza, 18 giugno 2017 - Furbo, furbissimo. Quando due settimane fa Robbie Williams è salito sul palco dell’One Love Manchester, la maratona pop organizzata all’Old Trafford Cricket Ground in ricordo delle vittime del concerto di Ariana Grande, indossando la felpa del Purpouse World Tour di Justin Bieber alcuni hanno pensato all’ennesima provocazione. E invece il vero fine dell’ex Take That, al via proprio in quei giorni col suo giro di concerti estivo, era molto più sottile: sfruttare l’occasione per agganciare un pubblico che non è il suo. Un po’ la stessa idea avuta dall’I-Days affidando all’idolo di “What do you mean?” la giornata conclusiva di questa sua prima edizione monzese.

Annunciato, infatti, nel salotto televisivo di Ellen DeGeneres e portato al debutto un anno e mezzo fa a Seattle, il Purpouse World Tour ha incassato finora 199 milioni di dollari in 122 show all’insegna del sold-out, vale a dire 2 milioni 230 spettatori (27.418 dei quali solo nelle due repliche bolognesi dello scorso autunno). Cifre che parlano da sole. Come parlano da sole, a proposito del morboso attaccamento delle ululanti Beliebers, la bottiglietta e la scarpa che il cantante canadese s’è trovato a schivare qualche giorno fa sul palco del Summerburst Festival, in Svezia, dopo essersi rifiutato di accennare la hit dell’estate «Despacito» scusandosi di non sapere le parole. C’è poi il problema del playback, che riemerge puntuale a ogni esibizione, ma questo, nel caso del ragazzino da 200 milioni di dollari, il ventitrenne più ricco del pianeta, non fa quasi più notizia. Così come non la fa la formidabile qualità del suo quarto album “Purpose”, quattro milioni e mezzo di copie vendute, un milione e settecentomila solo negli Stati Uniti, discutibile quanto di vuole sotto il profilo creativo, ma arrangiato in maniera eccezionale e impreziosito da un suono avanti anni luce rispetto a quel che sui ascolta in giro grazie al gran lavoro di Diplo e di Skrillex.

«Mi chiedo ogni giorno il perché di tutto questo successo, ma alla fine penso: è stato Dio a volerlo» spiega il bel Justin. «Prima ero una marionetta nelle mani dell’industria, non avevo il controllo sulle cose, mentre ora ho finalmente preso in mano la mia vita. Molti altri vivono situazioni analoghe e ci rimarranno finché non troveranno la forza di dire basta. Se stringi troppo la mano di una ragazza, lei non riesce a stringere la tua. Così i rapporti con i manager non debbono essere troppo personali, ma professionali; cosa però abbastanza difficile quando sei molto giovane». Ogni riferimento al manager Scooter Braun, l’uomo che dopo averlo visto cantare su YouTube lo mise sotto contratto strappandolo alla vita provinciale di Strafford, Ontario, per trasformarlo in un idolo generazionale, è puramente voluto. «Michael Jackson piaceva a tutte le età e pure io non vorrei avere il bollino di scadenza attaccato sulla schiena, penso però di fare questo mestiere fino a 35 anni e poi tornarmene dietro le quinte a fare l’autore e il produttore» assicura, dipingendosi un futuro da baby pensionato del pop. Ma pure il cinema non lo lascia indifferente come mostrato dalla presenza nel cast di “Zoolander 2” girato a Roma da Ben Stiller un anno e mezzo fa.

Justin andrà in scena alle 21.20, al culmine di una maratona elettronica che prende il via alle 14.40 con il format spettacolo Mamacita, seguito dall’astro nascente del pop alternative finlandese Alma (16.10), dai Bastille di “Wild world” (17.25) e dall’amico dj Martin Garrix (19.10). Attesi in più di quarantamila.