Desio (Monza e Brianza), 17 luglio 2017 - «Mi hanno portato via tutto, mi sento morto dentro. Ma adesso, se qualcuno entra qui, senza il mio permesso, è un uomo finito...». Giorgio Bianco, sul tavolo della cucina di casa sua, in via Santa Paola di Rosa di Desio, mangia nervosamente un’oliva piccante. E snocciola una storia che si è tenuto dentro per tre mesi. Una storia che lo ha segnato. E che ha deciso di raccontare, dopo aver letto sul nostro giornale di un fatto per alcuni versi analogo, accaduto a 200 metri da casa sua, settimana scorsa. «Qui è una strage - dice, accompagnandoci verso il terrazzo che dà su un fitto puzzle di palazzine e villette abbracciate una accanto all’altra, nella zona dell’ospedale -, guarda, abbiamo tutti le inferriate alle finestre, quella famiglia e quell’altra dormono con le luci accese. Io ormai sono blindato, allarme, grate, cane, adesso mi manca solo la pistola».

La pistola. Torna a sedersi in cucina, si accende una sigaretta. Passa e ripassa nervosamente una manciata di fogli: la denuncia della rapina subita il 15 aprile. E l’iter in corso per la richiesta di porto d’armi. È determinato. Esausto. Furibondo. «Tre furti, una rapina, un altro assalto sventato dall’allarme - dice - qui siamo in balia dei predoni, dobbiamo difenderci. È mio diritto difendermi e un dovere verso la mia famiglia». Si alza ancora e, in salotto, apre le persiane, per fare entrare un po’ di luce. «Qui viviamo barricati dentro anche di pomeriggio, è assurdo. È normale che la donna dell’altro giorno esca per prendere il pane a mezzogiorno e dopo mezzora trovi i predoni in casa? L’hanno seguita e controllata, esattamente come successo con me. In questa zona conviviamo con il terrore. Ma adesso basta, io sparo». Sa di dire parole forti. Non è certo uno sprovveduto. Ma gli esplodono dalle viscere. «Le istituzioni non sono in grado di difenderci - sostiene -. Io sono stato svegliato di notte da due balordi incappucciati e armati di manganello, sono rimasto in loro balia inerme, in mutande, a piedi nudi. Ho dovuto mantenere un po’ di lucidità e pensare se volevo rivedere la mia famiglia o rischiare di non vederla più».

Una scelta drammatica, che lo ha visto aprire la cassaforte e consegnare tutto. Tutto. «Mi hanno preso la vita». Diecimila euro in contanti, più gioielli, orologi, penne, preziosi, gli interi averi e affetti, per almeno 50 mila euro. «Si è salvato solo un orologio d’oro che piaceva moltissimo a mia figlia Beatrice e glielo avevo prestato - spiega Bianco - non era in cassaforte, lo teneva nascosto in camera sua». Ma non è tanto la perdita economica, che lo ha svuotato. «Queste vicende ti alterano l’equilibrio psicofisico - dice - chi non le vive sulla propria pelle non può capirlo. Qui lo sappiamo in tanti, troppi». La zona è particolarmente sensibile al problema.

«Ci vuole più sicurezza - sbotta -, manca la volontà di garantire la sicurezza ai cittadini. Non se ne può più. Quello dei vigili non sarà mica un terzo turno vero. E i carabinieri devono girare di più. Io, quando ero assessore alla Sicurezza, ci ho provato in tutti i modi, a dare una svolta, ma non me lo hanno permesso. Mi hanno remato contro e i peggiori erano alcuni tra quelli che avevo attorno». Torna indietro con la mente, alla sua lunga e tormentata parentesi politica. Ma da quel mondo, ormai, è completamente estraneo. «Io penso alla mia famiglia. E penso ai cittadini. C’è un problema sicurezza: ho deciso di parlare, dopo anni e anni che non parlo più con i giornalisti, per sollevare il tema. Che non può essere lasciato da parte, affrontato qualche settimana e poi dimenticato, deve essere al centro delle attenzioni. Deve essere la priorità. Perchè non se ne può più. E se entra qualcuno in casa mia, non ne esce vivo».