Monza, 11 febbraio 2018 - Monza. Otto dicembre 1953. Festa dell’Immacolata. Quello che dovrebbe essere un giorno di festa si trasforma in una tragedia dalle proporzioni immani per una famiglia, spazzata quasi interamente via nel sonno.
Le penombra era già calata da un pezzo, una fitta nebbiolina rendeva tutto ovattato quando la famiglia Carzaniga – un padre e cinque figli – si avviava senza saperlo verso la propria fine.
Papà Carlo, un manovale, ha 50 anni, da tre anni è vedovo e vive in un appartamento al secondo piano della Cascina Badia, in fondo a viale Lombardia, in prossimità del Rondò di viale Cesare Battisti. Con lui abitano le figlie Vincenzina, di 22 anni, Mirella, di 18, Angela, di 14, e l’unico maschio di casa oltre a lui, il sedicenne Fernando.

Una quinta figlia da tempo è ricoverata in sanatorio e una sesta ragazzina, di 10 anni, vive invece dai nonni. A casa a trovare i propri cari torna comunque sovente e lo fa anche quel giorno, anche se - fortuna sua – un compito da preparare per l’indomani a scuola la convince a non trattenersi troppo e a tornare per cena dai nonni. La sera del martedì dell’Immacolata i cinque Carzaniga sono tutti riuniti come sempre per cena, senza immaginare il pericolo che incombe su di loro. A mezzogiorno, dovendo riaccendere la stufa, le ragazze di casa avevano tolto il carbone consumato dal fuoco assieme a qualche pezzetto di legno semi bruciacchiato. Il calore era ormai sopportabile, tanto che erano bastate le mani per levare il carbone dalla stufa, inducendo le giovani a pensare che ormai il fuoco fosse spento. I resti del fuoco erano stati così collocati in un secchio, come tante altre volte.

Il fuoco non è però del tutto spento, ma cova sotto la cenere. Senza avvertire alcun odore sospetto, la famiglia dopo cena va a ballare in un vicino circolino. Rincasano verso mezzanotte, sempre senza avvertire alcun odore sospetto in casa. Mentre dormono tutti profondamente dal secchio, trasformato ormai in braciere, si sviluppa una micidiale cappa di gas tossico che invade la casa. Monossido di carbonio. I primi a rimanere intossicati sono coloro che dormono più vicini a terra, il padre e il figlio, che stavano in un letto molto basso. Poi la nube raggiunge il letto matrimoniale, dove dormono le tre sorelle.

Ad assorbire il monossido in quantità maggiore, le due ragazze che dormono agli estremi del letto, Angela e Vincenzina, mentre quella che sta in mezzo, Mirella, si salva. Sono all’incirca le 19 dell’indomani quando il dramma emerge in tutta la sua gravità. Le autolettighe cominciano a fare la spola con i loro ululati fra l’abitazione e l’ospedale. E inizia una tragica conta. Il padre è già morto all’arrivo dei soccorritori, gli altri figli vengono portati d’urgenza all’ospedale. Fernando, che dopo il padre doveva aver inalato la quantità maggiore di gas, muore alle 15 del giovedì. Le altre due ragazze restano in coma e se ne vanno poco dopo. Il decesso della piccola Angela, già sofferente di cuore, viene dichiarato alle 17 del venerdì. Vincenzina, la cui temperatura si era mantenuta costante a 40 gradi, continua la sua agonia fino alle 14 della domenica. Unica superstite Mirella, quella più lontana dalle esalazioni venefiche, che riprende conoscenza e si avvia a un lungo, anche se faticoso processo di guarigione. Il sabato mattina si svolgono i funerali delle prime due vittime, padre e figlio. Lunedì le esequie toccano anche ad Angela e Vincenzina.

INCHIESTA E DOMANDE

Una rapida inchiesta analizza quanto accaduto e stabilisce che si trattato solo di un terribile incidente. Molti però si domandano: perché nessuno aveva dato l’allarme? Al mattino del mercoledì, come ogni giorno una collega di lavoro delle due ragazze le aveva chiamate passando sotto casa, ma non aveva ottenuto risposta e non se nìera preoccupata pensando a un banale malessere. Il pomeriggio, di ritorno dallo stabilimento, aveva provato di nuovo a chiamare da sotto l’appartamento, ma una vicina di casa l’aveva tranquillizzata: «Se non rispondono, avranno altro da fare», aveva detto.

Una vicina di casa, che abitava proprio sotto l’appartamento dei Carzaniga, aveva in buona fede allontanato ogni timore dicendo di aver udito poco prima un tramestio: come si scoprirà in seguito, si trattava del padre che, in un ultimo anelito di vita, aveva tentato di alzarsi dal letto ma vi era subito ricaduto. E quando ore dopo una vicina aveva lanciato l’allarme, preoccupata dal silenzio che avvolgeva quella abitazione, era ormai troppo tardi. Il proprietario del palazzo aveva così deciso di andare a sfondare la porta, non senza aver chiesto prima la presenza di testimoni. 

Abbattuta la porta, ai loro occhi si era presentata una scena raccapricciante: i figli immobili nei loro letti, il padre che teneva i piedi a terra come chi fosse nella posizione di alzarsi ma non ci fosse riuscito. Anzi, all’ingresso della folata d’aria all’aprirsi della porta, il suo cadavere si era accasciato al suolo con un macabro tonfo. Nei giorni successivi la notizia suscitò grande impressione e cordoglio in città e raccolte di offerte vennero organizzate per assistere chi era rimasto orfano.