Milano, 28 novembre 2017 - Adesso i giocatori non hanno più alibi. Con l’addio di Montella tocca a loro per primi dare un segnale per la riscossa in campionato e un lungo cammino in Europa League, aspettando il sorteggio forti del primo posto matematico nel girone. Inutile, fuorviante, addirittura controproducente pensare che Montella fosse l’unico responsabile di una situazione per certi sensi diventata grottesca.

Se il tecnico ha la colpa di non essere riuscito a creare un’amalgama (complice imposizioni dall’alto, ad esempio sulla fascia da riassegnare), di aver perso troppo tempo dietro alla difesa a quattro (mentre con Bonucci era ovvio il passaggio alla difesa a tre), di essersi prodigato in esperimenti fantasiosi (Borini terzino a Napoli) e di non aver messo abbastanza benzina nelle gambe dei giocatori in una stagione logorante (ieri l’allenamento è stato diretto proprio dal preparatore atletico Mario Innaurato), i giocatori hanno la responsabilità dei risultati.

Hanno avuto sporadiche reazioni d’orgoglio (unica rimonta contro il non irresistibile Austria Vienna) e ora devono dimostrare di valere quanto speso per loro in estate: 240 milioni di euro per restare a braccetto con Bologna e Chievo è un insulto all’intelligenza. Montella esce con grande dignità e davvero a testa alta: da uomo a uomo ha voluto chiarire l’ultimo screzio avuto con Bonaventura (gli ha chiesto spiegazioni nel suo ufficio, era già stato esonerato e non era certo obbligato), ha voluto salutare uno per uno le persone con cui ha trascorso l’ultimo anno e mezzo. Ora potrà tornare dalla famiglia a Roma per ricaricare le batterie prima di tuffarsi in una nuova avventura.

Il grande ex. Lo storico team manager rossonero Silvano Ramaccioni lo ringrazia ma applaude alla scelta di esonerarlo: «Per Montella mi sembra sia finito uno stillicidio che durava ormai da troppo tempo. Capisco che più in difficoltà di così non si potesse lavorare. Quest’anno era sempre in discussione e per un allenatore essere messo in questa condizione ti porta anche ad essere meno seguito dai giocatori. Si è passati dalla soddisfazione per quello che stava facendo l’anno scorso a fargli patire le pene dell’inferno quest’anno. Ma penso che un’esperienza così possa anche fargli bene per le esperienze future. Ciò che è fondamentale sono le motivazioni e le convinzioni. Le motivazioni dovevano essere altissime ma le condizioni non lo erano altrettanto. Mancava quella convinzione, quella miscela che rendesse una squadra qualsiasi una squadra che funziona. Questo Milan lo abbiamo visto funzionare raramente e quando è successo abbiamo perso, come nel derby».