Milano, 9 gennaio 2018 - Li chiamavano «quelli della stanza 42». Rino Gattuso, Cristian Brocchi e Christian Abbiati per anni hanno occupatol’unica stanza tripla di Milanello, condividendo gioie e dolori dell’avventura col Milan che nel primo decennio del 2000 alzò due volte la Champions (2003 e 2007) e molti altri trofei. In quelle quattro mura è nata anche la grande amicizia tra «Ringhio» e «Broccolo», calciatori dai piedi non proprio educatissimi ma veri e propri guerrieri, al punto da essere diventati negli anni i pupilli di Silvio Berlusconi, uno che amava il «bel giuoco» ma anche i giocatori di carattere. Nel giorno dei 40 anni di Gattuso ci pensa proprio l’amico Brocchi a fargli un augurio speciale, ricordando i tanti momenti passati insieme, anche nella «suite» del quartier generale rossonero: «Quella stanza numero 42 era la condivisione di un trio di amici, ma non solo. Era qualcosa di speciale e unico, una sorta di innovazione culturale perché mai a Milanello c’erano state stanze così grandi. Molto spazio e tante visite. E noi la utilizzavamo per fare gruppo. Mi ricordo bene, chi passava a tutte le ore poi si affacciava dentro perché anche nei momenti di tensione, accolto dal sorriso bonario di Abbiati o da un insulto divertente di Gattuso. C’era sempre da ridere, era il nostro piccolo rifugio delle partite più importanti, quello in cui riuscivamo a caricarci a vicenda. Chi voleva sentirsi dire parole di conforto era ben accetto, e se qualcuno aveva bisogno di una sferzata, di un rimprovero, ci pensava Rino».

Brocchi, la sua con Ringhio è una bella amicizia, leale e schietta. Ma davvero Gattuso è così come appare in tv?

«Certo. Non ha maschere, è esattamente come lo vedono tutti. Schietto, sanguigno, diretto. Rino è questo, ha sempre tanta rabbia dentro, ma non è cattivo. Ed è per questo che ha una grande qualità. C’è chi invece è davvero cattivo dentro, mentre Rino ha carattere, perché ha il fuoco addosso e una positività contagiosi. E un allenatore deve trasmettere tutto ciò che ha dentro. Gattuso era così anche da calciatore ma lo è soprattutto nella vita di tutti i giorni».

C’è un aneddoto particolare che le piace ricordare su questa bella e coinvolgente amicizia?

«Sicuro, la vigilia della finale di Champions League nel maggio del 2003. Fu indimenticabile, perché ci si giocava l’ultimo atto della competizione più importante e la vivemmo con grande trasporto. Ovviamente si dormì poco perché tutti noi, lui soprattutto, non vedevamo l’ora di scendere in campo».

Era il Milan dei fuoriclasse ma dei leader, sul terreno di gioco e fuori. Lei e Gattuso siete sempre stati i preferiti dell’ex presidente Berlusconi...

«In ogni squadra ci devono essere giocatori con qualità diverse. Alcuni, per indole, hanno qualcosa in meno dal punto di vista del carattere e vanno supportati da chi ha più personalità. È il giusto mix, quello vincente, ed era così anche nel Milan, dove non si poteva pretendere solo gente di qualità ma era necessario avere anche chi lottasse e corresse».

Se potesse, oggi, cosa regalerebbe a Ringhio per i suoi40 anni?

«È difficile, lui si è conquistato tutto sul campo, da solo e con grande merito. Di sicuro mi piacerebbe vederlo felice, perché vorrebbe dire che è riuscito a fare qualcosa di bello per il Milan e per il bene del Milan».

E secondo lei c’è un dono che Gattuso potrebbe desiderare?

«Credo che da calciatore abbia tirato fuori più di quello che in realtà avrebbe potuto dare. Però conoscendolo so che adesso il suo grande desiderio sarebbe quello di tirare fuori ilMilan da questo momento di grande difficoltà». Lo scorso anno il primo faccia a faccia da colleghi in panchina (Brescia-Pisa).

Arriverà il giorno in cui, forse, le vostre strade si incroceranno di nuovo: ma da allenatori avete qualcosa in comune?

«Diciamo che puntiamo molto sul carattere, sulla nostra voglia di trasmettere energia alla squadra. Magari io sono un po’ meno pittoresco, ma in fondo siamo uguali in tante cose. E le nostre squadre scenderanno in campo sempre col coltello fra i denti».