Milano, 16 settembre 2017 - Più competenze su immigrazione, ordine pubblico e sicurezza e più soldi da trattenere sul territorio. Sono queste le richieste che il presidente Roberto Maroni desidera concretizzare con il Sì al referendum consultivo (qui non c’è il quorum come in Veneto) dell’Autonomia della Lombardia previsto per il 22 ottobre. Un «sì» che stando ai calcoli del governatore vale un tesoretto da 27 miliardi di euro, il 50% del residuo fiscale (54 milioni) che è la differenza fra le tasse pagate allo Stato dai cittadini lombardi e quanto lo Stato restituisce alla Regione Lombardia.

Quindi, insiste il governatore presentando il referendum alla stampa estera, «è necessario che il maggior numero di persone si rechi a votare «perché alla Lombardia venga riconosciuta la sua virtuosità, la sua specialità». E intanto spiega con tanto di opuscolo di 75 pagine che si potrà scaricare con “Qr code” sui telefoni anche dai manifesti che tappezzeranno da oggi la città, affissi ovunque, in stazioni e aeroporti questa «specialità» che si declina in vari settori, dalla cultura all’innovazione. «Se i lombardi e i veneti andranno a votare in massa, io e Zaia andremo a Palazzo Chigi con maggiore potere negoziale». Se vota «solo il «5% dei lombardi è la fine di questa iniziativa».

Sui numeri Maroni non si sbilancia ma il suo obiettivo è lavorare molto sulla comunicazione: «Non voglio sentirmi dire da nessun lombardo “non sapevo di questo referendum”». Difficile, vista la massiccia campagna informativa anche sui social network. Maroni rigetta l’accusa di «egoismo» della Regione Lombardia: trattenendo il residuo fiscale «potremmo aiutare le altre regioni meno performanti soprattutto in campo sanitario, settore che rappresenta l’80% dei bilanci regionali. Questo avverrebbe con l’introduzione del costo standard. In sostanza se una radiografia a Milano costa 10 e ad Agrigento 100 non accadrebbe più che lo Stato rimborsi a noi dieci e alla Sicilia 100 ma farebbe una media». Non si sono fatte attendere le reazioni dal Pd.

Il vicesegretario Maurizio Martina attacca: «La propaganda di Maroni sul referendum non ha più limiti ormai. Promesse impossibili. Addirittura ora viene spiegato che si chiederanno anche materie esclusive dello Stato, come la sicurezza. Tema assai delicato che è bene stia in capo allo Stato e alle sue forze». E il capogruppo del Pd al Pirellone, Enrico Brambilla: «Le parole di Maroni confermano che il suo vero problema è l’affluenza alle urne: ma questa è caratteristica dei plebisciti autoritari, non dei referendum consultivi». Stefania Consenti