Milano, 29 ottobre 2017 - La rinuncia al riferimento al Nord nel simbolo con cui la Lega correrà alle Politiche di primavera è l’ennesima svolta di un partito che in 29 anni ha molte volte cambiato forma, linguaggio e platea di riferimento. È il 1989 l’anno della vera svolta: Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola e persino l’Alleanza Toscana si fondono dando vita all’unico partito di peso nato ancora ai tempi della prima repubblica. L’Alberto da Giussano come simbolo, i riti celtici, gli elmi che evocano i barbari contrapposti all’eterna Roma ladrona, raccolgono stuoli di pensionati, padroncini, artigiani e piccola borghesia, nelle terre bianche della Lombardia, dove il voto democristiano, uniforme e stabile da decenni, si sfalda sotto la pressione degli sprechi, delle tasse e della prima antipolitica. Leader indiscusso: Umberto Bossi. È lui a intuire le praterie che si apriranno dopo il ciclone Mani Pulite, quello che - da traduttore per le masse delle teorie del giurista e politico Gianfranco Miglio - sarà la grande alternativa al pentapartito nella stagione in cui Silvio Berlusconi era solo (ancora) l’uomo della televisione. In quella breve stagione prima di Forza Italia, le truppe padane conquistano i Comuni, a partire da Milano, con giunte monocolori e percentuali mai più viste. La «questione settentrionale», la guerra alle tasse imposte dallo stato centrale, diventano questione storica. Molti arrivano, molti se ne vanno: è una Lega in evoluzione, che prova anche a crescere. Nel 1994, il colpo è l’alleanza con Silvio Berlusconi, che unisce Bossi al Nord e Fini al Sud.

Un patto difficile, perché Lega e An non hanno molto, ai tempi, da spartire. Dura poco. Il patto della canottiera di Arcore, con l’Umberto sbracciato a passeggiare a braccetto di Silvio, non salva il governo che naufraga. Da lì, due anni di battaglia contro Forza Italia. Epiteti duri contro il cavaliere, perché Bossi capisce che la nascita del partito azzurro è quella che gli ha sottratto i grandi numeri alle urne. E allora, un’altra svolta. Nasce la Padania, la secessione diventa l’unico scopo del partito. Le riunioni alle fonti del Po, sul Monviso, sono il must della stagione di settembre, che finisce col comizio a Venezia e gli improperi alla signora che espone il Tricolore. Si apre il parlamento del Nord, dove un giovanissimo Matteo Salvini sarà il candidato delle liste dei Comunisti padani. Sono gli anni dell’irruzione in via Bellerio, con Roberto Maroni steso a terra, malmenato dai poliziotti di cui, di lì a poco, sarà ministro dell’Interno.

Sì, perché chiusa la stagione dell’Ulivo prodiano, nel 2001 con Berlusconi scoppia la pace. Si va al governo, per la «devoluzione» in stile scozzese, che la sinistra prova a sminare con la riforma «regionalista» della costituzione. A Pontida è il tempo dei manifesti con Braveheart, l’eroe della guerra con gli inglesi. Passano i governi, cambia la battaglia. Dalla devolution si torna al federalismo, quello fiscale, con la riforma siglata da Bossi ministro. Ma per il Senatùr la leadership è agli sgoccioli. Il cerchio magico si sfalda, Maroni è segretario. Poi, è il turno di Salvini e della calata a sud. Con la felpa dedicata a Roma.