Milano, 2 novembre 2017 - A nessuno sfugge che Giorgio Gori segua e al tempo stesso insegua una strategia ed una necessità elettorale nel momento in cui elogia la «visione chiara» ed il «pensiero forte» che a suo dire distinsero il ventennio di Roberto Formigoni in Regione Lombardia. Quello che talvolta sfugge è che Gori l’ha già fatto: l’attuale candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione ha già avuto dalla sua voti e volti di una parte del mondo ciellino quando si candidò a sindaco di Bergamo. Quello che invece incuriosisce è il sostanziale silenzio di certa sinistra nei confronti del formigonismo di Gori specie se confrontato al fuoco al quale fu sottoposto Giuseppe Sala per molto meno.

Era il 24 marzo 2014 quando l’allora candidato del centrosinistra alle Comunali di Bergamo incassò il sostegno dei «Popolari per l’Italia», movimento fondato da una vecchia conoscenza del mondo ciellino, quel Mario Mauro che da marzo 2017 è tornato a militare in Forza Italia. Quella presa di posizione in favore di Gori fu firmata anche da Pietro Sbaraini, allora coordinatore regionale dei «Popolari per l’Italia», che qualche mese più tardi, alle Europee del 2014, si candidò nelle fila di Ncd, allora ancora forte della presenza di un altro ciellino doc quale Maurizio Lupi e guidato da quell’Angelino Alfano da sempre inviso a certa sinistra-sinistra, a partire dai pisapiani oggi ritrovatisi in Campo Progressista. Tra parentesi: alle Comunali del 2016, l’emanazione milanese dei Popolari, vale a dire «Milano Popolare», sostenne Stefano Parisi non Sala. Non solo Comunione e Liberazione, però. A sostenere la corsa di Gori a sindaco ci fu pure un altro esponente mica male dei cosiddetti poteri forti: «Il movimento – si legge – ha individuato in Giorgio Gori un candidato sindaco moderato, grazie anche al forte, presente e discreto impegno dell’onorevole Gregorio Gitti», poi confluito, almeno lui, nel Pd.

Gitti è marito di Francesca Bazoli, figlia del banchiere Giovanni Bazoli. Non è di osservanza ciellina, ma è l’uomo che ha supervisionato la nascita per fusione di una grande banca a trazione bergamasca: Ubi Banca. Dati di fatto che semplicemente descrivono quale sia la sensibilità di Gori per le alleanze e, soprattutto, fanno capire come la corsa ai voti del mondo ciellino, anche attraverso l’elogio di una parte di formigonismo, non sia per il candidato del centrosinistra una strategia contingente, dettata dalle insidie di queste Regionali, ma qualcosa di già esperito. Del resto Gori non si nasconde. Il primo elogio fu scandito ad agosto alla Festa dell’Unità di Treviglio, piazza di tradizione ciellina. L’ultima volta Gori ha invece “scelto” la televisione, la trasmissione «Faccia a Faccia» di Giovanni Minoli. Più che la piazza, colpisce il momento nel quale Gori ha ripetuto il concetto: la sera prima della riunione nella quale il centrosinistra avrebbe potuto dare il via libera alle primarie e che si è invece conclusa con la (momentanea) estromissione di Mdp dalla squadra. Ed è curioso che Gori sia pure il candidato di quella sinistra che alle Comunali 2016 fece a Sala esami del sangue e pure la pelle quando si profilò l’ipotesi dell’inserimento in lista di Massimo Ferlini (Compagnia delle Opere). Curioso il sostanziale silenzio di quella sinistra che alle Regionali 2013 diffondeva fotomontaggi di un bacio in stile mafioso tra Maroni e Formigoni al motto «Mai più Roberto».

giambattista.anastasio@ilgiorno.net