Milano, 9 gennaio 2018 - È Attilio Fontana l’uomo scelto dalla Lega per la presidenza della Regione ora che Roberto Maroni ha ufficializzato la sua rinuncia. Una nomina rapida, quella dell’ex sindaco di Varese. La nota è stata diramata intorno alle 18.30 di ieri, a sole 24 ore dall’annuncio del forfait di Maroni: «Il segretario della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi, annuncia che Attilio Fontana è stato indicato all’unanimità, da tutti i membri del Consiglio Nazionale della Lega Lombarda, come candidato governatore per la Regione». Tutto pacifico? Non proprio. Serviranno almeno altre 24 ore prima di capire se sarà davvero Fontana a correre per Palazzo Lombardia. Ed è stato lo stesso Fontana a prendersi questo spazio di tempo per incontrare gli alleati, in particolare Forza Italia e Silvio Berlusconi, e sopire qualche mal di pancia creatosi nelle ultime ore. 

Dal Carroccio ieri sera facevano quadrato, pronti a difendere l’investitura di Fontana. Il diretto interessato ricambiava senza però omettere l’importanza del passaggio con le altre anime della coalizione: «Ringrazio il movimento per la fiducia nei miei confronti, sono onorato e darò il massimo per la nostra Lombardia. Prenderò immediatamente contatti con tutti gli alleati, che spero di incontrare entro domani (oggi, ndr)». La Lega è sicura che alla fine resterà Fontana il candidato del centrodestra per Palazzo Lombardia. Anzi, qualcuno dal Carroccio sussurra che l’obiettivo reale dei forzisti non sia spingere la candidatura di Mariastella Gelmini ma, invece, cogliere l’occasione per ridiscutere di altre candidature, quali quella alla presidenza del Friuli o a sindaco di Brescia e Udine. Un’opposizione solo strumentale? Si vedrà. Oggi tutto potrebbe riuscire più chiaro. «Non mi aspettavo di dover correre per la Regione Lombardia – dichiara intanto Fontana –, è un grande privilegio e sono grato al mio partito. Siamo, però, in una fase prodromica: è altrettanto importante l’appoggio e la condivisione del progetto da parte di tutta la coalizione». Fontana, per chi non lo conoscesse, è leghista di lungo corso. Entra a Palazzo Estense, la splendida dimora tardosettecentesca sede del Comune di Varese, nel 2006. Il Carroccio è alla ricerca di un candidato di peso dopo l’affaire-Fumagalli, il sindaco costretto alle dimissioni per un utilizzo anomalo delle auto di servizio, e lo individua nell’avvocato in procinto di sbarcare a Roma dopo aver chiuso l’esperienza al Pirellone, come presidente del Consiglio regionale.

Già primo cittadino a Induno Olona ma con una storia politica e personale tutta varesina. Diploma al liceo classico Cairoli, la scuola che più di tutte ha formato la classe dirigente in città; studio da avvocato in via Orrigoni (difende le camicie verdi della Lega finite sotto processo a Verona e l’ex presidente lumbàrd della Provincia di Varese Massimo Ferrario, accusato di peculato), fin dall’inizio della sua avventura politica si ritaglia il ruolo di uomo delle istituzioni, apprezzato trasversalmente. Da presidente di Anci Lombardia, l’associazione dei Comuni, non esita a guidare una marcia di sindaci in fascia tricolore per protestare contro i tagli agli enti locali decisi dall’allora esecutivo “amico” di centro destra (scelta che gli costò un litigio con l’allora ministro leghista Roberto Calderoli). Nella Lega è sempre stato considerato vicino a Maroni, in particolare nel periodo della cosiddetta “rivoluzione delle scope”dei «barbari sognanti». Sposato, tre figlie, coltiva una grande passione per lo sport. È accanito tifoso delle squadre di calcio e pallacanestro di Varese e quando gli impegni glielo concedono non manca di farsi vedere allo stadio Ossola e al palazzetto di Masnago che fu teatro delle imprese della grande Ignis.