L'ex prefetto Ferrante:
"Che bravo Giuliano, però
smettete di paragonarci"
Lo sfidante della Moratti nel 2006: "Milano è la mia stella polare, se vuole una mano sono pronto"

Milano, 5 giugno 2011 - Il suo nome è tornato sulla bocca di tutti nelle ultime due settimane. Suo malgrado, perché Bruno Ferrante, se si esclude quella campagna elettorale contro Letizia Moratti nel 2006, non è mai stato un uomo da ribalta. Piuttosto un uomo d’ordine, schivo servitore dello Stato: una vita al Ministero dell’Interno, prefetto di Milano dal 2000 al 2005, si dimise per intraprendere l’avventura politica.
Dopo meno di un anno lasciò il Consiglio comunale, nominato dal governo Prodi Alto commissario contro la corruzione; durò sei mesi (di quell’Authority dirà che «era una scatola vuota»), poi passò - secondo e ultimo colpo di scena - al privato: l’Impregilo lo mise a presiedere Fibe e Fibe Campania nel pieno dell’emergenza rifiuti 2007-2008. Finita l’esperienza, Ferrante è tornato a Milano, dove oggi è consigliere in alcune fondazioni culturali; nel cono d’ombra, dal quale la vittoria di Pisapia l’ha tirato fuori il 16 maggio. Perché adesso è «l’ex prefetto», quello che cinque anni fa quasi mandava al ballottaggio la Moratti allora aspirante sindaco del centrodestra (passata al primo turno con un non esaltante 51,9%) con 319.823 voti: qualcuno in più, hanno notato subito tutti, dei 315.999 che hanno permesso a Giuliano Pisapia di farlo davvero, con un vantaggio di oltre sei punti.
Percentualmente ha preso anche qualcosa più di Ferrante, perché nel frattempo il bacino elettorale s’è ristretto, ma soprattutto la Moratti ha perso settantamila voti. Il resto è storia: l’avvocato batte Letizia e diventa l’eroe nazionale del centrosinistra. E pensare che alle primarie l’aveva spuntata sul candidato del Pd Stefano Boeri col 45,36 per cento, mentre Ferrante nel 2006 fu incoronato candidato col 67,7 per cento di 82 mila voti, contro i 67.500 che hanno scelto l’avvocato. Ci sarebbe di che fare i conti, ma l’ex prefetto non ci pensa. Anzi: lui che un anno fa confessava di non aver votato per la prima volta in vita sua, per «dare un segnale» a una classe politica in «decadimento di valori», ha ritrovato fiducia. E voglia di rimettersi a disposizione della città.
Quindi stavolta c’era.
«E ho seguito queste elezioni con grandissimo interesse. Ho ammirato la campagna elettorale di Pisapia. È partito da lontano e, poco alla volta, è riuscito ad accreditarsi come riformista».
Veramente lo chiamavano tutti “estremista” o “moderato”, a seconda...
«Ha una storia politica, che tutti conoscono, ma lui è persona moderata. E finalmente, direi, una persona che sorride alla città».
Sorride?
«Sì, sorride ai milanesi. L’ho visto in Galleria, il giorno della festa della Repubblica, e ho pensato che un sindaco di Milano deve essere proprio così. Tra la gente».
Nessuna amarezza? Lei aveva preso pure più voti al primo turno...
«Credo che i paragoni con le elezioni del 2006, siano sbagliati. Un grosso errore».
Perché?
«Perché le condizioni politiche e sociali sono totalmente diverse».
Cinque anni non sono un’eternità.
«In questo caso sì. Intanto Pisapia si è confrontato con una Letizia Moratti che tutti hanno avuto il tempo di conoscere e giudicare come sindaco. Nel 2006, lei era un personaggio che si affacciava alla ribalta cittadina, era tutta da scoprire. E poi queste comunali coincidono col momento più basso del berlusconismo...».
Chi ha perso, Berlusconi o la Moratti?
«Entrambi probabilmente. Certo il giudizio dei cittadini sull’amministrazione Moratti non è stato positivo. E si è sommato a un evidente momento di difficoltà della coalizione di governo. Si aggiunga una campagna elettorale impostata in maniera poco corretta, con toni esasperati, anche violenti in certi casi, che si sono ritorti contro il centrodestra».
Però nel 2006 al governo c’era il centrosinistra...
«Aveva appena vinto le elezioni, e di misura, mentre alla vigilia ci s’aspettava una vittoria secca. Berlusconi ricominciò a crescere subito. Mentre questa volta è emerso un forte elemento di novità, sia sul piano locale che nazionale».
Quale?
«Si è affermata l’idea che il centrosinistra può vincere e convincere».
Però a Milano vince Pisapia, area Rifondazione, a Napoli De Magistris, Idv. Un avvocato e un ex magistrato, entrambi piuttosto estranei alle nomenklature di partito.
«Sarei cauto a etichettare De Magistris e Pisapia come “società civile”, credo che dietro le loro candidature ci sia stato comunque un progetto politico. E sono due casi molto diversi: Pisapia ha lavorato da indipendente su un’aggregazione di partiti del centrosinistra. De Magistris ha condotto una battaglia facendo leva sul malcontento dei napoletani e sulla loro disaffezione nei confronti della politica. Lì sono andati a votare con i rifiuti per strada».
Lei conosce bene quell’emergenza. E conosce bene anche Milano.
«Appunto: sono città che vivono situazioni non paragonabili, a parte il fatto che Napoli usciva da un’amministrazione di centrosinistra. A Milano vedo una progettualità politica che non si rintraccia nel caso di Napoli. Su Pisapia c’è stato un investimento per costruire un futuro».
Ma lei se l’aspettava che vincesse?
«Ero fiducioso nella sua possibilità di mandare la Moratti al ballottaggio. Ma confesso che non pensavo che il suo distacco sarebbe stato così ampio».
Neanche i sondaggisti.
«Al ballottaggio invece ero certo che avrebbe vinto Pisapia».
Entro metà mese varerà la giunta. E già lo tirano per la giacchetta: la sinistra che lo considera un suo candidato, il Pd forte di un consenso che ha raggiunto il Pdl, e chi invece vorrebbe una squadra di tecnici non dettata dai partiti. Lei che dice?
«Credo che il sindaco, nel massimo rispetto dovuto ai partiti che l’hanno sostenuto, debba dar prova della propria autorevolezza, senza farsi indicare la giunta. Su questo Pisapia si gioca buona parte della sua futura amministrazione. Se si dimostrerà indipendente avrà i numeri per essere un ottimo sindaco».
E Milano resterà al centrosinistra, o è solo una parentesi?
«Questo dipenderà molto da Pisapia. I prossimi cinque anni sono cruciali. Lui, l’ha dimostrato, è un uomo di grande equilibrio e sobrietà; personalmente credo che saprà restituire ai milanesi la fiducia in se stessi. E, come ho detto, la forza di sorridere, di guardare avanti».
E lei sarà ricordato tra quelli che hanno “resistito” in minoranza per diciassette anni. Ma sono cambiati i milanesi?
«I passaggi politici non sono che frammenti, il giudizio si dà su tempi più lunghi. Ma le dico una cosa: non ho mai avvertito disagio nel vivere a Milano. Sapevo che nella società milanese ci sono, e permangono, valori e certezze che appartengono alla sua storia, al suo modo di essere».
A quali valori sta pensando?
«A quelli più volte ricordati dall’arcivescovo Tettamanzi: solidarietà e partecipazione».
Quindi sono cambiati i milanesi?
«La società milanese è cambiata rispetto al passato, sono cambiati i problemi, c’è stata un’evoluzione strutturale. Sì, penso che i milanesi siano cambiati, ma nel senso che si sono riscoperti. Il messaggio di paura, diffidenza nei confronti del diverso, e del nuovo, che arrivava dal centrodestra alla lunga non hanno convinto il milanese che, per sua natura, è persona disponibile al dialogo, al confronto e all’accoglienza».
Da Milano cambia l’Italia?
«Milano è sempre stata in anticipo, nel bene e nel male, pensiamo al fascismo... Sì, credo che questo sia un segnale per tutto il Paese».
E lei? Le è tornata voglia di fare politica?
«La passione civile in me non è mai venuta meno, ho sempre vissuto con grande amore il rapporto con la città. Milano è la mia stella polare, e se, e quando, vorrà tornare ad approfittare della mia passione e del mio impegno, io sono disponibile».
di Giulia Bonezzi

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