Fo attacca
la scelta del Pd
"Ma chi è
Stefano Boeri?"
Il premio Nobel alza la voce. "Non c’è più democrazia, la sinistra ormai è come Berlusconi". E tu cosa ne pensi? Inviaci un commento
Milano, 3 settembre 2010 - «No e poi no: questa candidatura non mi piace» urla Dario Fo, anima bella e voce grossa della sinistra milanese, più volte candidato in pectore a Palazzo Marino senza mai aver avuto la soddisfazione di misurarsi col voto popolare. Ma, voto popolare a parte, quel che brucia al premio Nobel per la letteratura, è «il metodo». Brucia al punto che gli s’incupisce la voce quando risponde al cellulare. «Anche noi stiamo diventando come Berlusconi: lui decide tutto ad Arcore, noi lassù nell’alto della segreteria. Nessuno più discute, nessuno ascolta la città, i militanti, la gente».
E alla mente gli ritorna «quell’altra volta, quando spuntò fuori il poliziotto Ferrante e tutto il partito gli andò dietro. Poi perdemmo. La storia si ripete, e le lezioni non servono». Allora c’era lui in prima fila, già candidato alle primarie. «Ma non voglio parlare di me, delle mie idee e di quello che vorrei per Milano. Non voglio nemmeno entrare nel merito dell’uomo Boeri, anche se non si sa bene dove sta e cosa pensa, ma di sicuro sappiamo che ha lavorato con certi personaggi e ha condiviso certe operazioni non proprio lineari e trasparenti».
Inutile insistere per chiedergli un suo nome, o almeno il profilo di un suo sindaco ideale. Lo sconforto con cui ripete più volte «non si discute più in questa sinistra, e alla fine, se non si parte dal basso, i militanti smettono di votarci» basta da solo a chiudere la conversazione con un personaggio che, a questo punto, si è già chiamato definitivamente fuori.
Fra chi c'è dentro, e ci resta, il più freddo sull’archistar è l’«enfat terrible» del centrosinistra lombardo, il 35enne consigliere regionale Giuseppe Civati. Con il sindaco di Firenze Matteo Renzi e la parlamentare europea Debora Serracchiani lui gioca da tempo il ruolo di «fustigatore» dei vertici Pd. E anche stavolta scarta un po’ dal coro unanime dei consensi: «Non esprimo un parere su Boeri prima di aver capito cosa propone per Milano — dice —. Però ho qualche perplessità: ha lavorato con la Moratti e ha condiviso molte delle sue scelte. Sono elementi sui quali mi aspetto faccia chiarezza, insomma, che prenda le distanze». Civati non fa mistero nemmeno della delusione provata quando il partito prese «con freddezza l’ipotesi di una mia candidatura».
Sul fronte opposto della mappa politica e anagrafica del Pd lombardo un «padre nobile» come il parlamentare europeo Antonio Panzeri pensa invece che la candidatura Boeri concluda un pò la giostra del dibattito accademico: «Finalmente il Pd schiera un candidato vincente» dice convinto. «Anzi due — aggiunge — perchè anche Pisapia è un ottimo nome. Se devo scegliere tra i due, però, dico Boeri».
Nessuna sorpresa. Chi conosce la geografia del Pd sa che Stefano Boeri vuol dire Maurizio Martina, segretario regionale, e Filippo Penati; ed entrambi vogliono dire Bersani, cioè la segreteria nazionale. Alle primarie potranno anche spuntare altri nomi. Il consigliere provinciale Roberto Caputo ci sarà certamente per rappresentare, dice, la componente ex Margherita; i 92 di Milano Riparte di Riccardo Sarfatti decideranno martedì se piazzare un loro uomo alle primarie. Ma è ormai scontato che l’indicazione dall’alto, nel Pd, sarà tutta per l’architetto. Una scelta esterna al circuito stretto del Pd, che però non scandalizza Panzeri: «Ormai le radici del partito sono diventate una cosa complicata. Non è l’orgoglio dell’appartenenza che dobbiamo intercettare, ma l’orgoglio della città. Chi saprà ritrovarlo, vincerà le elezioni».
Civati e Panzeri concordano su un punto: Boeri conosce a fondo Milano. «E’indispensabile — commenta il secondo — per interpretare le sfide di una realtà che cambia. Milano deve guardare al mondo. Parafrasando Cattaneo, vorrei che ogni milanese, uscendo di casa, pensasse di entrare in Europa. Con Boeri può accadere». Civati pensa che «suo fratello Tito poteva essere una scelta più azzeccata». Ma non solo perchè di qualche anno più giovane: «Non ne faccio una questione anagrafica, anche se penso, come Renzi, che i vecchi vertici del Pd vadano rottamati. Ci vogliono uomini freschi, e Tito lo è più di Stefano».
Fra Civati e Panzeri, lì in mezzo, c’è tutto il resto dell’universo ex ulivista. I pensatori come Marco Vitale, che ieri ha già espresso un parere «del tutto negativo, per le ragioni che dice Fo»; ci sono i salotti, i sindacati, le associazioni, il mondo cattolico fin qui stranamente silente. Si faranno vivi pian piano, nei prossimi giorni. «Forse troveremo il modo di farci male da soli» sospira Panzeri. E ci sono i militanti che a Lampugnano hanno aperto ieri i cancelli della Festa Pd, passandosi la parola d’ordine: «Boeri? Persona che ha le caratteristiche per vincere».
di Massimo Degli Esposti


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