Milano, 24 settembre 2017 - No, i tifosi del Milan proprio non lo potevano vedere con quella maglia blucerchiata addosso. Gullit era stato l’emblema del Milan di Sacchi, quel tradimento ligure era quindi destinato ad esaurirsi, anche se il ritorno a Milano si rivelò più ricco di rimpianti che di gol.

La storia: Gullit approda a Milano (la prima volta) nell’estate del 1987 per la cifra all’epoca record di 13,5 miliardi di lire. Lunghe treccine rasta (come non si erano mai viste in Italia) che diventano subito il marchio di fabbrica del nuovo simbolo dei rossoneri (come sono lontani i tempi di Gianni Rivera). Nato ad Amsterdam nel 1962 da una famiglia originaria del Suriname, ex colonia olandese delle Antille, il Tulipano nero per impegno civile e prese di posizione non è stato, non sarà mai, solo un calciatore. Con la squadra di Sacchi vince due Coppe dei Campioni consecutive (1988-1989 e 1989-1990), due Coppe Intercontinentali (1989-1990 e 1990-1991), due Supercoppe Europee (1989-1990 e 1990-1991) ed una Supercoppa italiana (1988-1989), quindi nel nuovo corso di Fabio Capello (con il quale legava però poco) vincerà ancora due scudetti.

Il 14 luglio 1993 diventa, a sorpresa, un giocatore della Sampdoria. «Andai via perché al Milan non avevano più fiducia in me. Ero deluso. La Sampdoria mi ha dato la libertà di giocare (segnando anche tanto). Ero libero e felice, anche a livello di vita. Quando il Milan mi ha chiesto di tornare è stato il mio cuore a decidere, però è stato un errore». Riveste infatti il rossonero nella stagione successiva (1994-1995), in tempo per vincere un’altra Supercoppa italiana, contro la stessa Samp. Nuovamente in rotta con il club milanese, dopo 8 presenze e 3 gol in rossonero, ritorna a titolo definitivo e gratuito alla Sampdoria il 10 novembre 1994 (ingaggio 3 miliardi di lire) ma ormai il vero Gullit non c’è più. «Non ho nulla da rimproverarmi ho sempre dato tutto - spiega - Non a caso sono stato molto amato sia dai tifosi di Milano che di Genova».