Milano, 21 gennaio 2015 - Andrea ha solo 28 anni. Ed è un senzatetto. Ha una laurea in Giurisprudenza, un diploma al Conservatorio e un passaporto che vale mezzo giro del mondo: viaggi di lavoro in tutta l’Asia, quel lavoro che non ha più. Ora dorme sotto i portici di piazza San Babila insieme ad un ecuadoriano e ad un filippino. E' orfano di padre. Non ha zii o parenti: «Se esistono – dice – non li ho mai conosciuti». Ha sempre avuto «pochi amici» perché gli è mancato il tempo: appena diventato maggiorenne ha affiancato il lavoro agli studi. «E poi, anche li sentissi ancora, non mi andrebbe di raccontar loro come vivo: l’orgoglio mi impedisce di chiedere aiuto finché non è estremamente necessario». “Cavarsela da soli” è da sempre la sua filosofia. Cappotto grigio scuro, borsa ventiquattr’ore, cuffie all’orecchie, il viso pulito, la barba fatta e i capelli in ordine: a vederlo uscire dalla mensa dell’Opera San Francesco, in piazza Tricolore, sembra un volontario che ha finito il turno e sta per tornare in ufficio. Invece in ufficio vorrebbe tornare, ma non ne ha più avuto la possibilità.

«Mi sono laureato nel 2009 alla Statale di Milano – racconta Andrea –. Un anno dopo mi sono diplomato al Conservatorio, suono il trombone. Il lavoro è sempre stata una dimensione parallela a quella degli studi: ho iniziato a 20 anni in una società che produce cartucce filtranti per altre aziende, mi occupavo di contabilità: impiegato amministrativo contabile». Davanti ad un caffè parla di «cicli passivi» con la stessa naturalezza con la quale si parla di pallone. Ma nella ventiquattr’ore, ora, ha «un maglione pesante, una camicia e una maglietta». Niente tabelle, niente elenchi spese. «Ho lavorato nella società di filtri per un anno e mezzo poi ho provato a fare il salto di qualità, sono stato assunto da una multinazionale che mi ha affidato tutto il ciclo passivo - eccolo - della contabilità». Ma dopo 4 anni e mezzo la multinazionale ha dichiarato fallimento: «Dalla sera alla mattina, senza preavviso – ricorda Andrea –. È ancora tutto nelle mani del curatore fallimentare, non so se avrò mai una liquidazione».

Da qui alla disdetta del contratto d’affitto della casa il passo è stato né breve né lungo. Solo proporzionato ai suoi risparmi: «Ad un certo punto finiscono». Senza darsi per vinto, Andrea ha trovato lavoro come cameriere in un bar. Pochi mesi poi è finita anche lì. «Vivo in strada da maggio 2014 – racconta ancora–. L’aspetto più incredibile è che in strada riscopri gli istinti più primitivi: il primo pensiero è mangiare, poi coprirsi e dormire. Non in dormitorio, però. Lì non mi sento sicuro». Da qui la scelta di piazza San Babila. Per i pasti e la doccia c’è, invece, l’Opera San Francesco: «Sono eccellenti». Quindi le biblioteche, al pomeriggio, «per leggere e per inviare curriculum via internet». «Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano». Il sogno di Andrea è tornare a occuparsi di contabilità. Chiunque possa aiutarlo, scriva pure alla mail qui sotto. IL SEGUITO DELLA VICENDA

giambattista.anastasio@ilgiorno.net