Milano, 1 luglio 2017 - Scrivi “Corporate Governance”. Leggi «l’insieme delle norme, delle prassi e delle consuetudini che consentono alle persone di prendere le decisioni in merito all’allocazione del capitale conferito dagli azionisti». Sintetizzando, le strategie di un’azienda sui mercati. È un tema che tocca da vicino anche la piccola e media impresa, la spina dorsale dell’economia lombarda, e i suoi primi consulenti (commercialisti e avvocati) quello affrontato nell’ultimo libro di Marina Brogi, vicepreside della facoltà di Economia all’Università La Sapienza di Roma e professore ordinario di International Banking and Capital Markets. “Corporate Governance” ripropone l’approccio sintetico (ma esaustivo) della collana Pixel edita da Egea Bocconi, arrivando a una conclusione che va oltre le regole: «È decisiva la centralità della persona», spiega l’autrice, che da oltre dieci anni integra l’impegno accademico con esperienze in organi di amministrazione e controllo di società di vari settori e dimensioni. Il libro verrà presentato lunedì a Milano, al Tennis Club Bonacossa (ore 18,30), dopo quelle di Roma, alla Corte di Cassazione, e alla Bocconi.

Professoressa Brogi, partiamo dalla conclusione: in un mercato dove la finanza scrive le regole del gioco, il ruolo delle persone fa ancora la differenza?

"La corporate governance continuerà a evolversi nei prossimi anni, ed è indubbio che la buona governance favorisce il ricorso al mercato e attrae investitori. Una cosa di certo non cambierà: al centro della governance continueranno a esserci le persone, il loro impegno e le loro capacità messe a servizio del processo decisionale delle imprese".

Qual è o quali sono le qualità migliori per chi è chiamato a prendere decisioni?

"Professionalità, onorabilità ed equilibrio, con l’obiettivo di contribuire a decisioni che consentano alle imprese di durare nel tempo".

La Lombardia ha una rete consolidata di piccole e medie imprese. Quali indicazioni può raccogliere un imprenditore da queste riflessioni?

"Spesso un’impresa familiare oggi, se vuole crescere, necessita di nuovi capitali. E i nuovi capitali non possono che arrivare dall’allargamento della proprietà, dall’inserimento di soci. Che possono anche essere portatori di competenze. Prima il fondatore-imprenditore era l’unico a decidere. Oggi ci sono molti meno casi proprio perché il mercato chiede continui investimenti per continuare ad innovare, ad essere competitivi e crescere. Anche nella piccola e media impresa diventa decisivo riuscire a dotarsi di una struttura finanziaria solida e di una squadra di persone al comando con professionalità complementari".

Allargare la proprietà, però, spesso fa paura soprattutto nelle aziende dove impresa e famiglia si sovrappongono. Perché?

"È una questione culturale prima ancora che economica. All’estero è raro trovare imprenditori che si legano a una sola attività per tutta la vita. Qui, invece, dobbiamo ancora imparare a vedere le opportunità di crescita per un’azienda e un’intera comunità legate all’inserimento di nuove persone. Dobbiamo essere disposti a cedere un pezzetto di quella centralità decisionale, anche perché il fondatore spesso ha grandi idee ma ha meno capacità finanziare che invece possono arrivare dall’inserimento di soci. E poi l’allargamento della proprietà può risolvere il grande problema della successione che è chiamata ad affrontare l’impresa familiare: dovrebbe avvenire prima di quando il fondatore deve lasciare".