Milano, 30 maggio 2017 - Sarebbe elegante anche in tuta. Presenza eterea Ute Lemper. Talento e raffinatezza. Habitué del Piccolo, è stata chiamata a festeggiarne i 70 anni di attività con il concerto «Songs for eternity», oggi e domani allo Strehler. Dopo Ostermeier, un’altra icona tedesca. Cresciuta a pane, Kurt Weill e Fassbinder. Prima di diventare elegante anima jazz. Ma questa volta il repertorio è raro. E ancor più prezioso: canzoni composte fra il 1941 e il 1944 da musicisti ebrei, a testimoniare vita e orrori nei campi di concentramento. Un lungo (e doloroso) percorso. Che nasce addirittura nel 1987 grazie al progetto «Entartete Music» della Decca. Ute Lemper, come descriverebbe «Songs for eternity»? «È una selezione di brani provenienti dai ghetti e dai campi di concentramento, oltre ad alcune canzoni che evocano storie di razzismo e antisemitismo. Mi spezza il cuore ma è un concerto necessario, dedicato non solo ai sei milioni di ebrei che furono uccisi nell’Olocausto, ma a chiunque sia stato torturato e privato della dignità. È un progetto che guarda anche al nostro presente, dove milioni di persone sono diventati rifugiati di guerre civili e di religione, senza più una famiglia né un luogo dove andare».

Come si è formato questo repertorio?

"Ho unito fonti diverse. Ci sono brani provenienti da un libro che mi ha donato il figlio di un sopravvissuto e altri composti nel campo di Terezin, dove gli artisti furono incoraggiati a continuare a creare musica e teatro. Ci sono poi i suggerimenti del ricercatore Francesco Lotoro. Ma alla base di tutto rimane il desiderio di continuare una missione iniziata tanti anni fa: interpretare la musica dei compositori ebrei. E ovviamente questo ha a che fare con il fatto di essere una tedesca del dopoguerra, che da sempre soffre l’infamante e orribile eredità dell’Olocausto. Non capirò mai, non perdonerò mai, non dimenticherò mai i crimini eseguiti in piena coscienza da questa nazione in cui sono nata".

Di cosa parlano le canzoni?

"Di marce senza fine e di treni in corsa verso i campi di concentramento. Della vita dietro il filo spinato, di omicidi e di ribellione, del desiderio di sopravvivere. Ma emerge anche la speranza, la celebrazione della bellezza e della bontà nell’uomo. Sono ninnenanne, canzoni per i matrimoni, melodie accennate mentre si attendeva una tazza di zuppa annacquata, alcune possiedono la gioia segreta della speranza".

Sono ancora simboli di una poesia che vince contro la brutalità?

"Solo fino a quando ci alzeremo in piedi per ribadirlo ad alta voce".

Quali versi le sono rimasti nel cuore?

"Quando finirà tutto questo? Quando arriverà la libertà. Non ce ne sono molti come te a questo mondo, piccolo bambino. La mia speranza è un segreto. E per il momento, raccoglierò tutta la mia volontà e la mia eredità in queste canzoni per l’eternità".

Il suo concerto è inserito nelle celebrazioni per i 70 anni del Piccolo: cosa rappresenta per lei il teatro milanese?

"Credo di essere venuta qui per la prima volta nel 1989. Fu un onore e continua ad esserlo".