Milano, 19 maggio 2017 - Le cose cambiano. Come è noto da una quindicina di mesi anche nelle sale italiane le pellicole sono sparite. Vige il regime delle chiavette digitali e, in alcuni casi di telematica estrema, ma non impropria, lo streaming. Sulla percezione di una differenza tra digitale e pellicola c’è chi la mette giù durissima. Può accadare di ascoltare elogi della carrozza con le vecchie ruote di legno, eccetera. D’altra parte, possiamo ricordare la rabbiosa rassegnazione di David Lynch ai tempi del primo «Twin Peaks», 25 anni fa, quando si rese conto che, ricevuta sul televisore, la sua curatissima immagine e la sua curatissima traccia audio potevano essere falsate con un qualsiasi cambiamento delle opzioni del telecomando. Una rivoluzione ha aggiornato le preoccupazioni di Lynch... Quanto si perde e quanto si guadagna è ancora oggetto di pensamenti e dibattiti. Così, qualunque sia il giudizio (il processo è irreversibile), ci troviamo a elogiare la rassegna di Fondazione Cineteca  di viale Fulvio Testi 121 che, impegnata a proiettare film rigorosamente in pellicola, questa volta punta su Gabriele Salvatores, andando a pescare titoli nell’opera, in fondo, del più tecnologico dei nostri autori, e in questo sento il più internazionale, con i prestigiosi precedenti pionieristici di Antonioni e poi Bertolucci.

Non solo per una passione artistica verso le potenzialità per il suo immaginario personale: da «Io non ho paura» (2003) a «Come Dio comanda» a «Educazione siberiana» (2013), titoli in rassegna, Salvatores ha trafficato con ogni sorta di novità di ripresa e di post produzione. In «Nirvana» (1997), che non compare in rassegna, ha addirittura teorizzato sulla tecnologia, mentre «Il ragazzo invisibile« (2014), il sequel del quale è in lavorazione, è il film italiano dei supereroi, col bagaglio digitale del caso. Succede anche che Gabriele, toccando i 35 anni di filmografia, sia entrato nella inevitabile sfera di un primo bilancio, col suo pubblico, e con il nuovo che lo segue. La rassegna è anche occasione per ripensare i temi che ci hanno accompagnato nei decenni: il disagio giovanile, l’amicizia virile segnata da fragilità, il rifiuto del mondo e della società come l’abbiamo trovati, il bisogno d’evasione, l’aspirazione all’avventura e alla bellezza, l’attenzione a testi letterari fonte di trasposizioni degli interessi intimi d’autore.

In rigorose proiezioni a 35mm. troviamo, oltre ai citati «Io non ho paura« e «Come dio comanda»dai romanzi di Ammaniti e «Educazione siberiana dal bestseller di Nicolai Lilin. Il secondo lungometraggio di carriera «Kamikazen - Ultima notte a Milano> (1987), dopo l’esordio con la reinvenzione del suo spettacolo teatrale, all’Elfo, «Sogno di una notte d’estate« (1983); «Marrakech Express» (1989), che compone una sorta di trittico sull’arte della fuga con gli altri due titoli in rassegna, il «Mediterraneo» (1991) premiato con l’Oscar al miglior film straniero e il suo personale Messico-e-nuvole «Puerto Escondido» (1992); e poi l’amorevole menzogna di «Turné» (1990), il politico «Sud» (1993), il poliziesco «Quo vadis baby?» (2005), vincitore al festival di Montreal, lo scompigliato «Amnèsia» (2002) a Ibiza, e il brillante «Happy Family« (2010).