Milano, 19 dicembre 2017 - Giovane è giovane. Ma con le idee chiarissime. Peter Bence suona il 19 dicembre a Milano per mostrare al pubblico del Dal Verme quanta varietà di umori e di colori si può stillare dai tasti di un pianoforte. Tutto a velocità incredibile, come certificato cinque anni fa dal Guinness World Record che gli ha consegnatoil primato per il maggior numero di suoni prodotti in un minuto (765); record battuto solo pochi mesi fa dal pianista portoghese-americano Domingos-Antonio Gomes (824). Un destino scritto sulla tastiera, il suo. Ungherese, 26 anni, Bence a due anni d’età ha iniziato a suonare («Ricordo piuttosto bene il mio primo approccio col pianoforte: stavo ascoltavo la musica di un cartone animato in tv e ho provato a riprodurla sulla tastiera. Facevo fatica ad arrivare fin lassù»), a sette è stato ammesso alla prestigiosa accademia Franz Liszt e, di lì a poco, ha dato vita alla sua prima composizione («stavo suonando la “Turkish march” di Mozart quando ho cominciato a improvvisare, creando qualcosa di simile ma decisamente diverso»).

Il primo album di piano, invece, l’ha registrato a undici anni. Poi è volato a Boston per frequentare i corsi del Berklee College of Music con Vadim Neselovskyi. «Da ragazzo ascoltavo solo musica classica, ero fanatico di Bach e guardavo al pop dall’alto in basso - ammette -. Sono state le colonne sonore di John Williams a fare da ponte tra i due mondi. Così, col tempo, ho iniziato a capire che non volevo diventare un pianista tradizionale». Anche se la vera fama Bence se l’è cominciata a conquistare nel 2015, caricando sul web arrangiamenti pianistici di pezzi da novanta dell’empireo pop-rock come “Bad” di Michael Jackson, “Don’t stop me now” dei Queen, “Cry me a river” di Justin Timberlake, “Here comes the sun” dei Beatles, “Cheap thrills” di Sia e diverse altre ancora, raccogliendo oltre 200 milioni di visualizzazioni sui suoi canali ufficiali Facebook e YouTube. Una storia già vista, penserà qualcuno. Forse non è un caso che dietro dell’ex enfant prodige magiaro si muova lo stessa macchia organizzativa (italiana) che ha trasformato i 2Cellos in delle celebrità capaci di riempire l’Arena di Verona fino all’ultimo posto. «Ai miei concerti il pubblico è molto variegato, c’è quello della classica, quello del pop, quello incuriosito da YouTube, i fans di Jackson o dei Queen; una varia umanità che però, alla fine, si ritrova nel piacere di un’esibizione inusuale, anche se dentro i canoni del pop».