Milano, 8 dicembre 2017 - «Ogni pianoforte ha la sua poesia e, a seconda di dove lo suoni, quella poesia cambia», ha affermato Ludovico Einaudi, che a Milano sceglie come luogo dei sentimenti il palcoscenico del Dal Verme, dove si ferma da oggi al 17 dicembre per dieci spettacoli all’insegna del tutto esaurito. Sul sito del pianista torinese l’unico concerto non ancora “sold out” è quello di lunedì prossimo, ma se vai a fare una verifica delle disponibilità ti accorgi che al traguardo mancano solo 19 biglietti; praticamente nulla. D’altronde dal ’96, dal successo de “Le onde”, per Einaudi questa è la regola. In Italia e all’estero. «Considero la musica come qualcosa dai contorni complessi - come una specie di magia, di alchimia a cui cerco di avvicinarmi - non imprigionabile in un’etichetta», ha raccontato, giustificando la sua fuga dai generi e dalle definizioni.

«Non ho mai lavorato su un modello, ho sempre cercato di proporre delle composizioni che nascessero da una mia visione personale del suono. All’estero l’interesse si appunta soprattutto sull’aspetto melodico delle mie composizioni, anche se rimango un uomo del settentrione a cui manca un po’ dello straordinario lirismo del nostro Sud». Il rigore, la convinzione, le Langhe sono i tratti che lo avvicinano agli altri Einaudi finiti sui libri di storia; oltre ad una certa riservatezza, tutta piemontese. Se la Ginzburg del padre Giulio, editore emerito, scriveva “ride con gli occhi un po’ freddi” e Montanelli del nonno Luigi, capo dello stato, “ride con gli occhi di un freddo limpido”, pure il musicista sfodera sopra e sotto al palco uno sguardo austero, garbato, distante. Difficile trovare fra gli Einaudi altri artisti. Le radici musicali dell’uomo di “Elements”, infatti, vanno cercate soprattutto nella famiglia della madre, Renata Aldovrandi, figlia di un direttore d’orchestra Wando, che emigrò in Australia per non suonare l’inno fascista.

Torinese di nascita, inglese d’elezione, milanese d’adozione, Einaudi deve la sua educazione musicale al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e a Luciano Berio, ma anche alle passioni per i suoni d’Africa e per il rock angloamericano. Nel carnet sentimentale di una vita c’è spazio pure per i Battisti e i Celentano, ma senza il trasporto degli Hendrix, degli Stones, degli Springsteen, dei Dylan o dei Beatles. Di pianisti, l’artista, nel cuore ne porta molti: da Brad Mehldau a Esbjörn Svensson. «Anche se alla fine il primo riferimento resta sempre Glenn Gould per il controllo mentale straordinario che percepisco nel suo modo di suonare, una perfezione tale da non farlo sembrare umano»...

Dell’ “Eleonora” di Edgar Allan Poe a Einaudi rimane in testa soprattutto una frase, in cui dice di riconoscersi completamente: “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”. Ed è questo insaziabile voglia di volare che lo ha portato nel tempo a incrociare le esperienze con Djivan Gasparyan e Ballaké Sissoko, a vestire i panni di maestro concertatore della Taranta, a farsi remixare dai Mogwai, stimolando gli appetiti di un animo da antropologo, da ricercatore, prima ancora che da musicista.