Milano, 8 novembre 2014 - La guerra. Senza eroi. Ma con la fatica e la sofferenza di uomini e donne. La guerra come una ferita che lacera una famiglia, un paese, il tessuto un tempo felice d’una coppia e d’una comunità e dunque rivissuta attraverso le vicende di persone comuni, scaraventate su uno scenario tanto più grande di loro. È un buon modo di fare storia e letteratura, coltivando memoria e rispetto per una dolente condizione umana. “Raccontare la guerra con gli occhi di chi l’ha vissuta è una discesa agli inferi”, scrive Aldo Cazzullo nelle prime pagine de “La guerra dei nostri nonni / 1915-1918: storie di uomini, donne, famiglie”, Mondadori. E aggiunge: “La Grande Guerra non ha eroi. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Carlo Magno, un Napoleone. I protagonisti sono i nostri nonni. È la grande massa dei corpi sacrificati alle atrocità della guerra industriale. Sono i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto...”. E le donne, che restano a casa, nelle campagne stravolte dai combattimenti, vittime delle violenze e degli stupri. O andate a prendere il posto di lavoro degli uomini, nei campi e nelle fabbriche, reggendo lo sforzo del “fronte interno” che, come ben si sa, è fondamentale per la vittoria. 

Cazzullo si conferma abile nel raccogliere storie, rielaborarle e farne un denso racconto del tutto privo di retorica e ricco semmai di profondissima umanità. Sullo sfondo, c’è la Storia dei politici, dei vanitosi poeti guerrieri alla D’Annunzio, dei generali spesso inetti e degli affaristi avidi, le cui manovre rendono la guerra più pesante, stupida, costosa. Regge, comunque, quell’Italia che per la prima volta si scopre Nazione, Paese unito e orgoglioso. E vince. Appunto per merito, soprattutto, di quei ragazzi andati in trincea senza fanfare e che oggi vanno ricordati con gratitudine e affetto. 

“Quella guerra è stata non solo Grande, ma nuova, industriale, di massa, con livelli di brutalità senza precedenti. E dunque terrorizzante”, sostiene Jean Echenoz. Che l’ha raccontata con l’abituale maestria di scrittura in “14”, Adelphi, partendo dal diario di trincea d’un lontano parente e costruendo letterariamente la vicenda di Anthime Sèize, impiegato in una fabbrica di scarpe della Vandea arruolato in fanteria e mandato nell’inferno delle Ardenne. Gente comune, anche qui. E sangue, fango, pidocchi, cibo rancido, ubriachezza per scacciare la paura. Mutilazioni. E morte, “un’opera sordida e fetida”.

Non c’è appunto traccia, d’eroi. Nemmeno nelle pagine di “Signor tenente”, di Manlio Cancogni, Elliot, ripubblicazione con miglior titolo di “La linea del Tomori”, con cui era stato tra i finalisti del Premio Strega mezzo secolo fa. Autobiografia, come partenza. E buona letteratura, come esito. Si cambia guerra, qui la Seconda, sul fronte dell’Albania. Non mutano invece né sofferenze né sgomento: “La mattina della partenza, con la fanfara che suonava in testa al battaglione, marciavano spediti e compatti. Ma ora li vedo come sono, con i cappotti troppo lunghi, le scarpe sformate e rotte, i bottoni appesi a un filo, le facce tristi e come spaventate...”. Uomini fragili e duri. Anche sulle montagne bergamasche, dove operano i partigiani raccontati da Giulio Questi in “Uomini e comandanti”, Einaudi, storie d’una Resistenza senza epica e grande vitalità. Nessun mito, molti pensieri, armi da imbracciare, compagni con cui condividere speranze, polenta e lardo. Ma anche così, si costruisce un realistico ritratto del Paese, attraverso una guerra che porta alla Liberazione. E merita memoria e racconto.